Un farmaco che 'salva' i globuli rossi e un approccio di terapia genica: pubblicate due importanti sperimentazioni condotte presso l'ospedale universitario partenopeo

Napoli - Buone notizie per i circa 7000 italiani affetti da talassemia, e soprattutto per i 4000 di loro che sono costretti a dipendere da continue trasfusioni di sangue. Per tutte queste persone, una speranza arriva da due studi pubblicati di recente su prestigiose riviste internazionali, Blood e Nature Medicine: si tratta di due sperimentazioni condotte dal Centro di cura delle Talassemie ed Emoglobinopatie dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Vanvitelli di Napoli, insieme ad altri istituti italiani ed esteri. "La talassemia, o anemia mediterranea, è causata da un'alterazione genetica che porta a una sintesi difettosa di emoglobina; nella forma più grave, i pazienti sopravvivono solo grazie ad un regime trasfusionale cronico”, spiega Silverio Perrotta, direttore del Centro.

La talassemia, nelle sue diverse forme, è una malattia rara particolarmente diffusa in Italia, soprattutto in aree come la Sardegna, il delta padano e la Campania. I flussi migratori degli ultimi anni, tuttavia, stanno cambiando l'assetto e la presenza delle diverse forme di emoglobinopatia nel nostro Paese. In Campania, i pazienti con anemia mediterranea sono circa 300, di cui 50 gravi al punto da non poter fare a meno delle trasfusioni. “In media un bambino con talassemia riceve una trasfusione di sangue ogni mese ma, crescendo, l'intervallo tra una trasfusione e l'altra tende ad essere sempre più breve, con le inevitabili ripercussioni sia in termini di sovraccarico di ferro legato alle trasfusioni, sia in termini di qualità di vita”, prosegue Perrotta.

Il primo studio condotto dai ricercatori dell'Università Vanvitelli, assieme ad altri centri italiani e stranieri, è stato pubblicato sulla rivista Blood: si tratta di una sperimentazione clinica di Fase II iniziata nel 2013 per valutare il farmaco luspatercept come potenziale terapia per la beta talassemia. Luspatercept è una proteina ricombinante che funge da 'trappola' per alcune molecole coinvolte negli stadi finali del processo di maturazione dei globuli rossi, molecole che contribuiscono alla morte prematura di queste cellule nel midollo osseo. Presso il Centro dell'Ateneo napoletano è stato arruolato il più alto numero di pazienti coinvolti nello studio, 13 sui 64 totali.

La somministrazione del farmaco per via sottocutanea ogni 3 settimane ha aumentato i valori di emoglobina e ridotto la necessità di trasfusioni, con un miglioramento evidente della qualità di vita dei pazienti”, sottolinea Perrotta. “La terapia è necessaria in cronico, a cadenza regolare, per i pazienti dipendenti dalle trasfusioni; può essere saltata qualche iniezione, invece, nei casi più lievi, che non dipendono dalle trasfusioni. I dati mostrano che nell'81% dei pazienti il numero di trasfusioni si è ridotto di oltre il 20%. In altre due sperimentazioni cliniche di Fase III tuttora in corso, a cui partecipa il nostro Centro e che a oggi hanno arruolato complessivamente quasi 500 pazienti, i dati preliminari sono ancora più promettenti e mostrano che il 70% dei pazienti dipendenti da trasfusioni ha ridotto di un terzo la necessità di sangue da donatori, mentre il 10% ha addirittura dimezzato le trasfusioni”.

Luspatercept ha ricevuto la denominazione di farmaco orfano ed è in via di sviluppo sia per la talassemia che per le sindromi mielodisplastiche (MDS), tumori ematologici del midollo osseo che spesso portano ad una grave anemia cronica a causa di un’inefficace processo di formazione dei globuli rossi (eritropoiesi).

Il secondo studio sulla talassemia a cui ha partecipato il Centro dell'Università Vanvitelli è stato finanziato da Telethon e mira a rendere i pazienti talassemici del tutto indipendenti dalle trasfusioni, grazie ad un innovativo approccio di terapia genica sviluppato dai ricercatori dell’Istituto San Raffaele-Telethon di Milano (SR-Tiget). “Il trattamento prevede il trasferimento del gene sano all'interno delle cellule del paziente, in modo da compensare il difetto genetico e tentare la guarigione completa”, precisa il prof. Perrotta. “Si tratta, in sostanza, di una sorta di auto-trapianto, in cui le cellule del paziente vengono prelevate, modificate in laboratorio e reinfuse nel paziente stesso una volta corrette”.

La sperimentazione della terapia genica, iniziata nel 2015 e coordinata dai docenti Aiuti e Ferrari, del gruppo SR-Tiget, ha coinvolto 9 pazienti con talassemia trasfusione-dipendente: 3 adulti sopra i trent'anni, 3 adolescenti e 3 bambini sotto i sei anni di età. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Nature Medicine. “La terapia genica – spiega Perrotta – si è dimostrata sicura ed efficace. Gli adulti trattati, a quasi 3 anni distanza, hanno riportato una riduzione significativa del numero di trasfusioni necessarie alla gestione della malattia, e in 3 dei soggetti più giovani si è raggiunta la totale indipendenza dalle trasfusioni di sangue. Solo uno dei bambini trattati non ha riportato effetti positivi sul decorso della malattia e i ricercatori stanno ora cercando di capirne il motivo”.

“E' la prima volta che la terapia genica è stata utilizzata in pazienti pediatrici talassemici – conclude Perrotta – e i risultati di questo studio sembrerebbero dimostrare una maggiore efficacia nei bambini rispetto agli adulti, forse perché i bambini sono più protetti dal potenziale danno d'organo che si sviluppa col passare degli anni di malattia”.

A testimoniare le ampie potenzialità di questa strategia terapeutica è la recente notizia che il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha raccomandato l'approvazione della terapia genica precedentemente nota come LentiGlobin, avallandone l'impiego in pazienti con talassemia trasfusione-dipendente, età superiore ai 12 anni e genotipo non beta0/beta0. Ora, affinché la terapia sia ufficialmente autorizzata, occorrerà attendere che il parere favorevole del CHMP sia confermato dalla Commissione Europea.

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