Ricerca

Una cura per questa patologia ancora non esiste ma gli studi clinici in corso sono numerosi e le speranze si concentrano sui nuovi orizzonti della biomedicina

La sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una malattia progressiva e fatale i cui sintomi, tra i quali la paralisi, sono causati dalla degenerazione dei motoneuroni. Le persone colpite da SLA – più di 200mila nel mondo – sono ancora in attesa di una terapia efficace. Tuttavia, le scoperte scientifiche e tecnologiche degli ultimi anni, insieme al lavoro di gruppi di ricerca internazionali e di aziende farmaceutiche focalizzate sulle patologie neurodegenerative, stanno contribuendo a delineare meglio un ‘orizzonte terapeutico’ che fino a qualche anno fa risultava confuso: anche se non si può ancora parlare di nuovi trattamenti disponibili per i pazienti, si tratta comunque di piccoli passi avanti che, uno dopo l’altro, si spera possano permettere di raggiungere al più presto l’obiettivo di una terapia specifica per questa grave condizione.

La SLA è stata identificata per la prima volta circa 150 anni fa dal neurologo francese Jean-Martin Charcot, anche se la prima descrizione della malattia risale a due secoli fa. Di questa condizione, però, si iniziò a parlare pubblicamente solo negli anni ’40 grazie al caso di Lou Gehrig, famoso giocatore di baseball statunitense la cui carriera venne stroncata a causa della SLA (che da allora divenne nota anche come malattia di Lou Gehrig). L’altro caso divenuto simbolo di questa patologia è quello del fisico teorico di fama internazionale Stephen Hawking, recentemente scomparso, che sembra fosse affetto da una forma atipica di SLA.

Terapie per la SLA: la situazione attuale

Sebbene la SLA sia protagonista della ricerca da decenni, attualmente non esiste una terapia risolutiva per la patologia e la presa in carico dei pazienti si focalizza sull’attenuazione dei sintomi e sulle cure palliative. Attualmente, l’unico farmaco approvato per il trattamento della SLA in Italia è il riluzolo, che permette di ritardare l’uso della ventilazione assistita e di estendere lievemente la sopravvivenza dei pazienti. Un altro farmaco che è stato somministrato ai pazienti è l’edaravone che, nel nostro Paese, dopo essere stato inserito nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nel 2017, ne è stato poi escluso nel 2020 perché gli effetti benefici erano troppo ridotti rispetto ai rischi.

Nell’ultimo anno, i medicinali sperimentali di diverse aziende hanno vacillato nelle fasi avanzate di sperimentazione, ma in alcuni casi i risultati sono stati positivi. Un esempio è il trial clinico sulla molecola AMX0035, i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine nel 2020. Il farmaco sembra aver indotto un certo rallentamento nella progressione del declino funzionale dei pazienti, ma ulteriori studi saranno necessari per valutare la sua reale efficacia nel contrastare gli effetti della malattia. 

Con uno sguardo al futuro e all’innovazione tecnologica, i campi in cui la ricerca sulla SLA si sta muovendo vanno dall’intelligenza artificiale alle cellule staminali, dalla genetica alle nanotecnologie. 

La genetica della SLA: un aiuto dall’intelligenza artificiale

Il genoma umano è una fonte inestimabile di informazioni importantissime per la comprensione delle malattie genetiche e per la ricerca di eventuali terapie. La genetica della SLA è complessa e diversi studi hanno indagato – e indagano tuttora – i geni coinvolti: solo il 5-10% dei casi di SLA è ereditario, mentre nella maggior parte dei casi la malattia insorge in forma sporadica. La genetica, tuttavia, che sia causa diretta o fattore predisponente, è sempre presente, anche se è grande il divario tra i geni noti per essere correlati alla SLA e quelli che, ad oggi, si sospetta siano coinvolti. Una recente ricerca della Stanford School of Medicine, pubblicata sulla rivista Neuron, ha tentato di trovare una soluzione a questo problema, sfruttando il machine learning (o apprendimento automatico), una forma di intelligenza artificiale in grado di fare previsioni a partire un’analisi dei dati a disposizione. Come spiegato nello studio, il genoma dei pazienti è stato setacciato per trovare informazioni utili e sono stati identificati ben 690 geni che possono avere un ruolo nella SLA, alcuni dei quali già noti per essere implicati nella patologia.

I farmaci in sperimentazione

Per l’approvazione di nuove terapie da parte degli enti regolatori è necessario raccogliere in primis dati sulla loro efficacia e sicurezza, un processo che può richiedere molto tempo e che può non portare ai risultati sperati. Negli ultimi anni sono state molte le sperimentazioni di nuove molecole che avevano come obiettivo la SLA: stando ai dati di GlobalData, sono 121 i trial clinici attualmente attivi riguardanti questa patologia, la maggior parte dei quali è localizzata in Nord America, Europa e la zona asiatica del Pacifico.

Tra le aziende in attesa dei risultati dei loro studi clinici sulla SLA nel 2022 ci sono Amylyx Pharmaceuticals (farmaco AMX0035; trial di Fase II), Biohaven Pharmaceuticals (farmaco verdiperstat; trial di Fase II/III), Clene Nanomedicine (farmaco CNMAU-8; trial di Fase II/III), Prilenia Therapeutics (farmaco pridopidina; trial di Fase II/III), Wave Life Sciences (farmaco WVE-004; trial di Fase I/II) ed Eledon Pharmaceuticals (farmaco AT-1501; trial di Fase IIa).  

Un’azienda molto attiva nel settore delle malattie neurologiche è Biogen che, in collaborazione con Ionis Pharmaceuticals, ha sviluppato con un farmaco sperimentale chiamato tofersen, un oligonucleotide antisenso (ASO) che si lega all’RNA messaggero prodotto dal gene SOD1, degradandolo e riducendo la produzione della proteina. La molecola è ora in Fase III. Inoltre, ha tre altri farmaci sperimentali, sempre destinati alla SLA, ancora in Fase I.

Terapie con staminali: una metanalisi fa il punto

Il trapianto di diversi tipi di cellule staminali per il trattamento della sclerosi laterale amiotrofica è stato valutato in numerosi studi clinici di fase iniziale, con risultati che, tuttavia, si sono finora rivelati piuttosto inconcludenti. Ad aprile 2021, su Nature Regenerative Medicine è stata pubblicata una metanalisi sulle terapie a base di cellule staminali testate nella SLA. In questa ricerca sono stati selezionati e valutati 11 studi sul tema, con il coinvolgimento complessivo di 220 pazienti che hanno ricevuto cellule staminali mesenchimali, neurali o mononucleate.

I risultati dell’indagine indicano che l'iniezione intratecale di cellule stromali mesenchimali sembra avere un transitorio effetto positivo sulla progressione della patologia; contemporaneamente, però, è emerso anche un peggioramento della funzione respiratoria (misurata tramite capacità vitale forzata) dopo tutti i trattamenti effettuati. 

Sulla base dell’analisi svolta, i ricercatori hanno quindi sottolineato la necessità di individuare un prodotto cellulare e una via di somministrazione ottimali in modelli preclinici adeguati prima di procedere alla sperimentazione di un eventuale approccio terapeutico con cellule staminali in pazienti con SLA. Inoltre, la comprensione approfondita dei meccanismi della malattia in specifici sottogruppi di pazienti aiuterà ad adattare la terapia cellulare a obiettivi precisi e ad aumentare la probabilità di ottenere, in futuro, migliori risultati. 

Dalla terapia genica alle nanoparticelle: le nuove prospettive

La ricerca sulla SLA, in ogni caso, non si limita alla breve carrellata di studi appena citati: quelli conclusi e in corso sono moltissimi, coinvolgono laboratori e centri clinici in tutto il mondo e toccano ambiti d’indagine diversissimi. Al vaglio della scienza, quindi, non ci sono solo oligonucleotidi antisenso, farmaci ‘classici’ e terapie cellulari: le innovazioni del mondo biomedico si riflettono inevitabilmente anche sulla ricerca sulla SLA. Altri ambiti di interesse in questo campo sono la terapia genica, l’identificazione di nuovi biomarcatori di malattia, la creazione di modelli cellulari per lo studio della neurodegenerazione e anche le nanoparticelle, utilizzate per trasportare terapie all’interno di cellule target. Un panorama d’indagine, quindi, molto ampio e variegato, che fa ben sperare per il futuro.

Leggi anche: “SLA: prendersi cura dei pazienti significa anche migliorare la loro qualità di vita”.

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