Una molecola ben nota, il fattore della crescita IGF-1, potrebbe ripristinarne il funzionamento

Quando nascono sono delle bambine come tutte le altre, all’inizio conquistano le normali tappe evolutive ma ad un certo punto, tra i nove mesi di vita e comunque prima dei due anni, si comincia a capire che qualche cosa non funziona. Lo sviluppo si blocca, le bimbe regrediscono e si manifestano tutti i sintomi di una neurodegenerazione: è così che fa la sua comparsa la sindrome di Rett, una malattia rara contro la quale ancora non si conosce una cura. La malattia è oggi la seconda causa di ritardo mentale grave nelle bambine. A far luce sul meccanismo attraverso il quale il cervello perde la capacità di svilupparsi correttamente è oggi uno studio tutto italiano appena pubblicato Scientific Reports, frutto di un lavoro coordinato da Gian Michele Ratto dell'Istituto nanoscienze (Cnr-Nano) di Pisa con Silvia Landi ed Elena Putignano della Scuola normale superiore, in collaborazione con Elena Maria Boggio dell’Istituto di neuroscienze (In-Cnr) di Pisa, Maurizio Giustetto dell’università di Torino e Tommaso Pizzorusso dell'università di Firenze.

 

Secondo i ricercatori il problema può essere individuato in un difetto che si verifica a livello delle sinapsi delle cellule cerebrali che renderebbe il cervello meno ‘plastico’ rendendo difficile il dialogo tra neuroni. I ricercatori sono riusciti ad individuarlo utilizzando una tecnica di imaging innovativa e ancora oggi disponibile in pochissimi centri: ‘imaging a due fotoni’, che permette di vedere le cellule cerebrali al passare dei giorni.
Si tratta di uno strumento molto evoluto e utilissimo per gli studi in vivo, utilizzarla richiedere molte differenti competenze. Non è un caso che ad essere dotato di questa macchina sia il laboratorio NEST (National Enterprise for nanoScience and nanoTechnology) di Pisa.
Utilizzando questa tecnica i ricercatori hanno verificato che le alterazioni a livello delle sinapsi sono presenti fin dalle primissime fasi della malattia. Questo ha una implicazione importante a livello di possibili terapie in quanto potrebbero essere sviluppati farmaci in gradi di agire in maniera mirata ai primi sintomi andando a ripristinare le funzioni delle cellule cerebrali. I ricercatori hanno potuto verificarlo sul modello animale, la molecola usata non è altro che il fattore della crescita insulino simile IGF-1, già ampiamente utilizzata in medicina.

“Una singola iniezione sembra capace di prevenire la scarsa mobilità delle spine malate nella fase precoce – ha spiegato Silvia Landi della Normale - Ciò suggerisce che qualunque trattamento farmacologico per favorire il normale sviluppo delle sinapsi dovrebbe essere iniziato precocemente, ancor prima di osservare i sintomi clinici della malattia”. Naturalmente perché questo possa essere fatto serve anche una diagnosi molto precoce che non sempre è possibile ma che potrebbe essere fatta laddove in famiglia ci sono stati altri casi di malattia.     
“Nonostante si conoscano le cause genetiche, dovute per il 90 per casi a una mutazione del gene Mecp2 – ha spiegato Gian Michele Ratto del laboratorio Nest - abbiamo cercato di capire quali fossero le alterazioni cellulari che portano all’insorgenza della malattia. Studiando il modello animale della sindrome di Rett, abbiamo esaminato un particolare della cellula cerebrale, le cosiddette spine dendritiche, piccole strutture distribuite sui neuroni sulle quali hanno sede le sinapsi, che come è noto garantiscono il 'dialogo tra neuroni'. Quando cambiano forma o posizione di una spina, cambia anche la sinapsi associata. Alla base dei processi di apprendimento e della memoria c’è in qualche modo la capacità di queste strutture di rispondere e adattarsi agli stimoli esterni”.
Nelle cellule adulte, dove le spine dendritiche sono stabili, non sono state rilevate differenze tra le cellule malate e quelle sane. “Al contrario, in età precoce, quando si plasmano i circuiti nervosi, sembra esserci una grande differenza di comportamento - prosegue il ricercatore Nelle cellule sane si assiste a un continuo cambiamento di forma e lunghezza, associato all’apprendimento e al corretto sviluppo del cervello, le spine di cellule malate appaiono poco mobili, indicando un deficit di plasticità”.

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