Valentina Petrillo

“Per tanto tempo non ho detto a nessuno di avere problemi di vista”, racconta l’atleta. “Oggi ho capito che non bisogna vergognarsi di quello che si è”

È diventata famosa come la prima velocista ipovedente transgender non solo del mondo paralimpico, ma dell’intero universo dello sport, la prima atleta a gareggiare nella categoria delle donne pur non avendo ancora cambiato il proprio nome all’anagrafe, dove risulta a tutt’oggi come Fabrizio. Trans e disabile, ma soprattutto trans e sportiva, Valentina Petrillo, classe 1973, rappresenta il punto di contatto tra due emisferi, quello transgender e quello dello sport, che fino a oggi non si erano ancora mai incontrati. Poco, però, si è parlato del fatto che Valentina ha la malattia di Stargardt, la forma più comune di degenerazione maculare ereditaria, che colpisce circa una persona su 10.000.

“Sono nata il 2 ottobre di 47 anni fa”, racconta l’atleta. “Nel 1987, quando non avevo ancora compiuto 14 anni, la malattia di Stargardt ha fatto il suo esordio: in ospedale, a Napoli, mi è stata diagnosticata una forma di maculopatia, uno scotoma centrale non ben definito”. Ci sono voluti molti anni di pellegrinaggi in giro per l’Italia e per l’Europa prima di pervenire a una diagnosi definitiva, che Valentina ha ottenuto solo quando si è trasferita da Napoli a Bologna per frequentare l’Istituto dei ciechi Francesco Cavazza, dove ha studiato per diventare programmatrice informatica. “Sono in cura dal professor Sergio Zaccaria Scalinci, responsabile dell’ambulatorio ipovisione del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi. Grazie a lui, mi è stata diagnosticata la mutazione responsabile della malattia. A quei tempi, per ottenere una risposta dal test genetico ci è voluto quasi un anno e, nel 2003, mi è stato comunicato che il gene anomalo era l’ABCA4”.

A Bologna, Valentina ha imparato ad accettare la malattia che prima di allora aveva sempre nascosto. “Nessuno dei miei amici sapeva che ero ipovedente, mi sono sempre vergognata di dirlo. Me ne facevo una colpa”, confida. È dovuta arrivare all’Istituto Cavazza per rendersi conto che quella malattia, in fin dei conti, era più di normale di quanto sembrasse, e che, nonostante le avesse chiuso tante porte, non poteva impedirle di fare una grande quantità di cose. “Vedere ciò che gli altri riuscivano a fare, anche quelli che avevano più problemi di me, mi ha aiutato a raggiungere una maggiore autonomia”, prosegue. E poi, sempre grazie all’Istituto Cavazza, ha incontrato lo sport paralimpico, realizzando finalmente un sogno che aveva da tanto tempo, quello di correre.

Ci sono voluti molti altri anni, però, prima che Valentina riuscisse a trovare il coraggio di rivelare al mondo il suo segreto più grande. Perché, sotto le parvenze maschili, si è sempre celata una donna che vuole vivere la sua vita. Così, tre anni fa, ha finalmente trovato la forza di dire addio a Fabrizio e di essere in tutto e per tutto la donna che ha sempre saputo di essere. Per prima cosa lo ha rivelato a sua moglie, poi a suo fratello e a suo padre, infine agli amici e al mondo intero. La sua famiglia ha imparato a capire la sua decisione e così suo figlio, che ha solo cinque anni e che ha appena iniziato a muovere i primi passi nel mondo. Ora, a Valentina, non resta che vivere la sua vita e correre verso un nuovo sogno: quello di qualificarsi per i Giochi paralimpici di Tokio 2020.

Sportello legale

Malattie rare e coronavirus - L'esperto risponde

BufalaVirus: le false notizie su COVID-19

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter per ricevere Informazioni, News e Appuntamenti di Osservatorio Malattie Rare.

Seguici sui Social

Premio OMaR 2020 - Instant book

Premio OMaR 2020 - Instant book

Sulle proprie gambe: racconti di XLH e rachitismo ipofosfatemico

Sulle proprie gambe: racconti di XLH e rachitismo ipofosfatemico

Partner Scientifici



Questo sito utilizza cookies per il suo funzionamento. Maggiori informazioni