Anche da un morso di zecca si può contrarre una malattia rara, è il caso ad esempio della borreliosi  di Lyme, un’infezione causata da un particolare batterio che originariamente è ospite in roditori, uccelli e lucertole. Le zecche, con la loro puntura, possono trasmetterlo all’uomo e il quadro clinico è piuttosto grave poiché l’infezione arriva velocemente ad attaccare il sistema nervoso centrale, le articolazioni, il cuore e l’occhio. Per fortuna si tratta di una malattia curabile con antibiotici per via orale. Ma intorno alla malattia, soprattutto negli Usa, c’è un dibattito piuttosto acceso.

C’è infatti una corrente di pensiero che fa capo alla ILADS  - International Lyme ad associated diseases society, che sostiene che via sia una frequente cronicizzazione della malattia per effetto della mancata diagnosi e di una iniziale sottovalutazione dei sintomi che vengono generalmente trattati con antinfiammatori. Dunque, una volta punti dalla zecca, se non ci si cura subito e bene ci sono buone possibilità che l’infezione trasmessa divenga cronica e che nel tempo, essendo misconosciuta, sia confusa con altre malattie come la sclerosi multipla, la fibromialgia o un disturbo d’ansia. E dunque nelle loro linee guida sostengo che la Lyme cronica vada curata con dosi anche molto prolungate di antibiotici per via endovenosa fino a raggiungere il risultato di una  completa guarigione e dunque della scomparsa del tipico stato di debilitazione ed ansia.
Affermazioni che però non trovano concordi ampie categorie di medici preoccupati soprattutto per  gli effetti collaterali di un uso prolungato degli antibiotici.

Così il dottor Michael Johnson, dell’Ospedale di Saint Raphael a New Haven, e il dottor Henry Feder, della University of Connecticut Health Cente hanno deciso di fare una ricerca – i cui risultati sono stati pubblicati all’inizio di settembre sul Journal of Pediatrics – per determinare la frequenza con cui i medici del Connecticut effettivamente diagnosticano e trattano la forma cronica della malattia

Ne è così risultato che dei 285 medici di pronto soccorso che hanno risposto al sondaggio, quasi la metà non crede che esista una legittima diagnosi di malattia cronica di Lyme mentre il 48% era indeciso. Solo 6 i medici – cioè lo 2,1% - avevano fatto diagnosi e trattamenti per i pazienti cronici di Lyme. Questi avevano trattato i pazienti mediamente con 20 settimane con antibiotici per via orale mentre però la maggiore corrente che ritiene che la malattia sia cronica raccomanda il trattamento per via endovenosa, cosa però non praticata da questi medici.

Secondo il Dott. Feder, "Rappresentano un’eccezione quei medici che diagnosticano ai pazienti la Lyme cronica e li mettono in pericolo con mesi o anni di antibiotici potenzialmente pericolosi. Questi risultati mettono in discussione le affermazioni di quei gruppi che continuano a sostenere che la malattia di Lyme cronica sia spesso diagnosticate a trattata con uso massiccio di antibiotici ".

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