Rossella Parini

A confermare il dato è un recente studio che ha valutato gli esiti renali e cardiaci di 560 pazienti trattati con il farmaco agalsidasi alfa

Monza – Un nuovo tassello va a consolidare quella che per gli esperti è diventata ormai una certezza: il trattamento per la malattia di Fabry, ovvero la terapia enzimatica sostitutiva (ERT), dev'essere avviata il prima possibile, senza aspettare che la patologia raggiunga uno stadio avanzato. Le raccomandazioni dei maggiori esperti, infatti, già dal 2015 consigliano di iniziare l'ERT nelle prime fasi della malattia per ottenere il massimo beneficio terapeutico. D'altra parte, non è mai stato dimostrato che l'ERT possa prevenire un'ulteriore progressione se iniziata in uno stadio avanzato.

Ora lo studio di un gruppo internazionale di esperti, apparso sulla rivista Drug Design, Development and Therapy, rafforza ulteriormente questi concetti. Prima autrice è la pediatra metabolica Rossella Parini, consulente della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma, che ha sede presso l'ospedale San Gerardo di Monza dove la specialista è già stata responsabile dell’Unità di Malattie Metaboliche Rare.

La malattia di Fabry è una patologia multisistemica progressiva in cui le complicazioni più frequenti – la nefropatia e la cardiomiopatia – possono portare a morte prematura. I pazienti affetti presentano un'ampia variazione nella presentazione fenotipica, aspetto che può favorire un ritardo nella corretta diagnosi e, quindi, nel trattamento. Lo studio appena pubblicato aveva l'obiettivo di determinare l'impatto dell'inizio precoce della terapia enzimatica sostitutiva con agalsidasi alfa sul decorso della malattia di Fabry. Per raggiungere lo scopo, i ricercatori hanno utilizzato il Fabry Outcome Survey (FOS), un registro internazionale promosso da Shire (società ora parte di Takeda) che dal 2001 raccoglie dati longitudinali su persone con diagnosi confermata di malattia di Fabry, e hanno valutato gli esiti renali e cardiaci nei pazienti fino a 10 anni dopo l'inizio dell'ERT con agalsidasi alfa.

I 560 partecipanti – tutti maschi – sono stati stratificati in tre coorti in base all'età di inizio dell'ERT: meno di 18 anni (coorte 1), fra i 18 e i 30 anni (coorte 2) e più di 30 anni (coorte 3). Numerose sono state le variabili da tenere in considerazione: l'età all'esordio dei sintomi, il tipo di diagnosi, l'inizio dell'ERT e la sua durata, la velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR), il livello di proteinuria e la massa ventricolare sinistra indicizzata per l'altezza (LVMI). Infine, sono stati valutati i punteggi del FOS-Mainz Severity Score Index (FOS-MSSI), un indice utilizzato per misurare l'intensità della malattia, costituito da componenti generali, neurologiche, cardiovascolari e renali che vengono combinate per calcolare il punteggio totale.

Al basale, i punteggi medi dell'indice FOS-MSSI aumentavano con l'età, dai 9,8 punti nella coorte 1 ai 24,7 punti nella coorte 3; quest'ultimo gruppo, inoltre, aveva il più basso valore medio di eGFR e il più alto di proteinuria e LVMI. A partire da questi dati, i ricercatori hanno valutato i risultati ottenuti con l’avvio della terapia nel corso del tempo. La durata media dell'ERT per le coorti 1, 2 e 3 è stata rispettivamente di 6,3, 8,6 e 7,9 anni. Nella coorte 1 non sono state rilevate differenze significative in alcun parametro; nella coorte 2 proteinuria e LVMI sono rimaste stabili, mentre l'eGFR si è deteriorato significativamente; nella coorte 3, infine, c'è stato un netto peggioramento sia nell'eGFR che nella proteinuria e nell'LVMI.

“Il nostro studio dimostra che la terapia enzimatica sostitutiva è associata all'attenuazione della malattia renale e cardiaca progressiva nei pazienti che hanno iniziato il trattamento fra i 18 e i 30 anni di età (coorte 2)”, evidenziano i ricercatori. “I dati suggeriscono ragionevolmente che questo effetto potrebbe essere ancora più pronunciato nei pazienti che hanno iniziato l'ERT prima dei 18 anni (coorte 1), ma non possiamo affermarlo a causa della ben nota evoluzione della malattia di Fabry nelle prime tre decadi di vita e per via della mancanza di un gruppo di controllo. Generalmente ci si aspetta che i pazienti più anziani abbiano una prognosi peggiore: infatti, rispetto agli altri due gruppi, la coorte 3 includeva pazienti più anziani, che potevano trovarsi in uno stadio della malattia più avanzato”, concludono gli autori dello studio. “Ciò rafforza l'idea che per ottenere un rallentamento nella progressione della malattia sia necessario un inizio precoce del trattamento”.

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