L’annuncio di Roche al Congresso Internazionale della European Respiratory Society

AMSTERDAM (PAESI BASSI) – I nuovi dati sul pirfenidone per la fibrosi polmonare idiopatica confermano i risultati precedenti e rendono ancora più concreti i benefici del trattamento continuo e a lungo termine. Il tasso di mortalità, dopo 120 settimane di trattamento con il farmaco prodotto da Roche, si è infatti ridotto del 38%: lo ha annunciato l’azienda nel corso di una conferenza stampa in occasione del Congresso Internazionale della European Respiratory Society (ERS), che si è appena tenuto ad Amsterdam.

Il pirfenidone (nome commerciale Esbriet) è stato approvato in Europa nel 2011 e negli Stati Uniti nel 2014: finora più di 20.000 pazienti con IPF nel mondo sono stati trattati con questo farmaco per l’equivalente di un anno di terapia. Una nuova analisi approfondita dei dati clinici – provenienti dagli studi di fase III ASCEND e CAPACITY, con 1.247 pazienti – ha mostrato un netto miglioramento nel rischio di mortalità, calato del 38% rispetto al placebo nei pazienti con IPF che sono rimasti in trattamento con pirfenidone fino a due anni.

“Un beneficio che era già stato riscontrato in precedenza”, ha spiegato il professor Steven Nathan, Direttore Medico del Programma di Malattie Polmonari Avanzate e Trapianti presso l’Inova Fairfax Hospital di Falls Church in Virginia. “I dati relativi a un anno di trattamento con pirfenidone mostravano una riduzione del rischio di mortalità del 48%”.

Non solo: il farmaco, rispetto al placebo, ha dimostrato una riduzione superiore ai due terzi nel rischio di progressione della malattia (definito con il parametro della capacità vitale forzata, FVC) e nella mortalità dei pazienti che sono stati ospedalizzati nei primi sei mesi di trattamento. “Questi dati clinici – ha sottolineato Nathan – mostrano dunque i benefici di un trattamento continuo con pirfenidone”.

“Questi nuovi dati dimostrano la capacità del pirfenidone di ridurre il rischio di mortalità nei pazienti con malattia polmonare severa e progressiva,” ha commentato Sandra Horning, responsabile del settore medico e capo del settore Sviluppo Globale del Prodotto di Roche. “Si tratta dei primi dati a lungo termine sulla mortalità nei pazienti con IPF trattati con pirfenidone e forniscono importanti informazioni per aiutare clinici e pazienti a prendere le migliori decisioni per il loro trattamento”.

Soddisfazione da parte di Ueli Fankhauser, responsabile dell’area terapeutica, settore Strategia Globale del Prodotto di Roche, che ha illustrato l’impegno dell’azienda, da oltre 25 anni, nel settore delle malattie respiratorie, in particolare la fibrosi polmonare idiopatica (IPF), l’asma, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), il cancro ai polmoni e la fibrosi cistica. Fankhauser ha illustrato le molecole già in commercio e quelle ancora in fase di sviluppo clinico. “Roche – ha spiegato – investe 8,9 miliardi di franchi svizzeri in ricerca e sviluppo. L’azienda, con i suoi 88.506 dipendenti, è la più grande compagnia biotech al mondo e anche nel settore respiratorio promuove la strategia della medicina personalizzata”.

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