Il dr. Harari e la dr.ssa Caminati, dell'Ospedale San Giuseppe di Milano, commentano la loro recente indagine

MILANO – La fibrosi polmonare idiopatica (IPF) rappresenta la forma più comune e più grave tra le polmoniti interstiziali idiopatiche, vale a dire ad eziologia sconosciuta. Per quanto sia la forma più comune, si tratta sempre di una rara patologia polmonare. Poco si conosce sulla reale incidenza e prevalenza della malattia e sulle sue variazioni nel tempo; i dati presenti in letteratura sono scarsi, poco confrontabili e in genere ottenuti dall’analisi di casistiche poco numerose e condotte con diverse modalità di raccolta dei dati.

In Italia solo uno studio ha affrontato precedentemente questo argomento, condotto nella regione Lazio. L'indagine più recente è del dr. Sergio Harari, direttore dell'Unità Operativa di Pneumologia dell'Ospedale San Giuseppe di Milano, della collega dr.ssa Antonella Caminati, e di altri tre esperti del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell'Università di Milano-Bicocca. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PLOS ONE.

“Per l’identificazione dei pazienti con IPF abbiamo utilizzato i database amministrativi del sistema sanitario regionale della Lombardia (uno dei possibili metodi utilizzati per identificare pazienti con IPF che offre il vantaggio di poter fornire informazioni riguardanti grandi popolazioni senza l’impiego di tempo e risorse richiesto dalla creazione di registri nazionali) e abbiamo analizzato le codifiche di diagnosi durante un lungo intervallo di tempo che va dal 2000 al 2010”, spiegano i ricercatori.

“La nostra ricerca ha analizzato la popolazione della regione più popolosa d’Italia (che conta circa 10 milioni di abitanti). Abbiamo utilizzato tre algoritmi per la determinazione dei casi (definiti come criterio generico, ampio e ristretto) in base a criteri di diagnosi sempre più selettivi. Abbiamo quindi analizzato i dati di incidenza e prevalenza aggiustati per sesso ed età nel periodo che va dal 2005 al 2010, utilizzando i cinque anni precedenti come periodo di “washout” in modo che non si potesse creare confusione tra casi incidenti (nuove diagnosi di malattia) e prevalenti (tutti i pazienti affetti dalla malattia)”, continuano il dr. Harari e la dr.ssa Caminati.

“Abbiamo così osservato che l’incidenza annuale media varia tra 2.3 e 5.3 casi per 100.000 persone l'anno a seconda della definizione (rispettivamente utilizzando il criterio ristretto o generico). L’incidenza è più alta negli uomini e aumenta con l’età. La prevalenza annuale media varia tra 35.5, 22.4, e 12.6 casi per 100.000 persone l'anno (nel caso rispettivamente di definizione generica, ampia o ristretta). Analizzando le variazioni nel tempo, abbiamo osservato che l’incidenza si è mantenuta stabile durante il periodo di osservazione, mentre la prevalenza è aumentata nel corso dei cinque anni analizzati; questo potrebbe suggerire un aumento di sopravvivenza dei pazienti affetti da questa malattia”, sottolineano i clinici.

“Il confronto tra i risultati del nostro studio e gli altri pubblicati è reso difficoltoso dalla diversità dei criteri diagnostici utilizzati per definire i casi di IPF, da differenze nelle popolazioni studiate, dal periodo di tempo in cui queste osservazioni sono state compiute, oltre che da diversità geografiche. In generale i dati di incidenza e prevalenza osservati nella nostra popolazione sono simili a quelli osservati in altri studi condotti in Europa (e simili all’altro studio condotto in Italia) e più bassi rispetto a quelli condotti negli Stati Uniti”.

“Le variazioni di incidenza e prevalenza sono anche queste in linea con gli studi già pubblicati”, concludono il dr. Harari e la dr.ssa Caminati. “La forza della nostra indagine sta nell’aver avuto la possibilità di studiare una popolazione “non selezionata” (senza limiti di età, di condizione sociale, di adesione a sistemi assicurativi, ecc) e molto vasta (una delle popolazioni più numerose mai analizzate), utilizzando una metodologia di analisi rigorosa”.

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