MENO MALE

Questo il tema scelto dalla Fondazione Paracelso per celebrare a Milano l’edizione 2022 della Giornata Mondiale dell’Emofilia 

Milano – Il dolore come voce del corpo, come risultato di fattori biologici, psicologici, sociali, culturali e spirituali. Il dolore oltre la retorica della sofferenza. Il convegno che si è svolto lo scorso 24 maggio alla Triennale di Milano, in occasione della Giornata Mondiale dell’Emofilia, ha messo a confronto punti di vista diversi per riflettere su un’esperienza estremamente soggettiva e profondamente umana. L'evento, intitolato “MENO MALE” (qui la registrazione integrale) è stato organizzato dalla Fondazione Paracelso, www.fondazioneparacelso.it l'organizzazione nata nel 2004 con la costituzione di un fondo di solidarietà a favore degli emofilici che negli anni '80 avevano contratto l’HIV https://www.osservatoriomalattierare.it/hiv attraverso i farmaci necessari alla loro cura.

Il dolore è un’esperienza intrinsecamente umana, universale ma allo stesso tempo irriducibilmente soggettiva: la voce del corpo che si contrappone al suo silenzio, ossia alla condizione di salute così come definita dal filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer. E in effetti, se parliamo di malattie, il dolore è forse il sintomo per eccellenza, certamente quello che il paziente non può ignorare e per il quale chiede una risposta assistenziale immediata ed efficace. Eppure, per quanto la classificazione del dolore, non solo come sintomo ma come condizione patologica in sé, risalga agli anni ’50 del secolo scorso (il medico italiano John Bonica, emigrato negli Stati Uniti con la famiglia, pubblicò nel 1953 il fondamentale testo “The Management of Pain”) e nonostante esista una branca della medicina chiamata algologia, i pazienti lamentano una scarsa considerazione e un trattamento insufficiente. La fisiologia del dolore ci dice che la sua percezione richiede – come suggeriscono le linee guida dell’OMS – un approccio globale, in linea con quel modello biopsicosociale che, nel 1977, lo psichiatra George Engel indicava come una necessità e una sfida per affrontare le malattie.

Ma che cos'è il dolore? Dove si situa? È uguale nelle femmine e nei maschi? È presente negli animali? A rispondere a queste e ad altre domande, che riguardano l'esperienza negativa di certo più comune e provata da tutti svariate volte nella vita, è stato Fabrizio Benedetti, Professore di Neurofisiologia all'Università di Torino e Direttore della Hypoxia Medicine di Zermatt (Svizzera), autore del libro “Il dolore. Dieci punti chiave per comprenderlo”.

“Il dolore rimane un enigma difficile da capire a fondo, poiché rappresenta un vissuto personale che appartiene solo alla sfera privata”, ha spiegato il prof. Benedetti. “Il fattore fondamentale è che esso non è mai uguale: ognuno di noi lo percepisce differentemente da qualsiasi altro individuo, e in questo preciso istante lo percepisce in maniera totalmente diversa rispetto a qualsiasi altro momento della propria esistenza. I dieci punti chiave che ho individuato permetteranno di cogliere le mille sfaccettature del dolore, i suoi meccanismi, le influenze psicologiche e sociali, la sua misurazione, il suo trattamento, nonché le armi oggi a disposizione per capirlo e sconfiggerlo”. Dieci punti che possono essere così sintetizzati: il dolore è un sintomo; il dolore è nel cervello, non nel corpo; il dolore differisce in differenti individui e circostanze; il dolore è diverso nelle femmine e nei maschi; il dolore è differente nelle diverse culture e società; il dolore si può misurare, anche se con difficoltà; il dolore è presente negli animali; il dolore è vissuto in silenzio da chi non può comunicare; il dolore scatena la ricerca di sollievo; il dolore può essere sconfitto, ma non sempre.

“Con il termine 'dolore' ci riferiamo generalmente più agli aspetti di carattere biologico e fisiologico, mentre con 'sofferenza' intendiamo quel qualcosa in più che è caratteristico del dolore umano in quanto è sempre vissuto e accompagnato dalla coscienza dolorosa del nostro abitare una condizione corporea”, ha sottolineato Massimo Reichlin, Professore di Filosofia Morale presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

La sofferenza è specifica dell'essere umano perché egli, nell'esperienza del dolore, ricerca un senso, e questo è uno degli aspetti che rendono particolare e per certi versi più dolorosa la sua esperienza. Ciò che c'è di peculiare nell'essere umano è questa nostra capacità di chiederci perché, di domandarci qual è il senso del dolore, di attivare qualche tipo di strategia. Sappiamo che anche gli animali provano dolore, e questo lo diceva già un filosofo dell'800, Schopenhauer, mentre prima di lui Cartesio, sostenendo il contrario, sbagliò totalmente”, prosegue Reichlin. “Negli animali, però, non c'è l'elemento della riflessione, quello che Schopenhauer chiamava 'il condensatore delle gioie e dei dolori', sentimenti che si accumulano mediante il ricordo e la previsione. Dunque, attraverso l'estensione diacronica della nostra coscienza, il dolore va all'indietro e si proietta in avanti, mentre nell'animale, anche se si ripete innumerevoli volte, rimane pur sempre, come la prima volta, dolore del presente, e non può essere sommato”. 

A moderare l'incontro è stato il Presidente della Fondazione Paracelso, Andrea Buzzi. “Gli stessi fattori che caratterizzano il dolore giocano un ruolo nella sua gestione spesso inadeguata a fronte delle aspettative dei pazienti. La soggettività nella tolleranza e nella risposta al dolore, unita all’impossibilità di misurarlo attraverso biomarcatori o esami strumentali, fatica a trovare spazio all’interno del tuttora dominante paradigma scientista, profondamente improntato al modello biomedicale, mentre gli aspetti psicologici, sociali, culturali e spirituali scontano una considerazione marginale e ancillare rispetto al trattamento strettamente medico-sanitario della malattia. Il discorso sul dolore è in larga parte coincidente con il discorso sulla malattia”, conclude Buzzi. “Il suo peso duplica e riverbera quello della malattia da cui è provocato, e come la malattia va affrontato tenendo conto delle implicazioni e delle risonanze che produce, uscendo dalla retorica della sofferenza come momento nobilitante, eroico o addirittura espiativo dell’esistenza e consentendo così l’operazione salvifica della ricerca e costruzione di senso”.

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