L’infezione congenita da citomegalovirus è una delle principali cause di disabilità infantile, con perdita dell’udito, disturbi alla vista e deficit cognitivo. Rappresenta un importante problema di salute pubblica nella popolazione pediatrica: il numero di bambini con disabilità dovuta a infezione congenita da citomegalovirus è simile o addirittura maggiore del numero di bambini affetti da condizioni più note, come la sindrome di Down o la spina bifida.

Molti bambini nati con questa infezione sono asintomatici o hanno sintomi non specifici e, pertanto, non sono in genere diagnosticati. Una strategia di screening neonatale potrebbe consentire la diagnosi e l’intervento precoce per migliorare i risultati clinici: questi interventi potrebbero includere farmaci antivirali o altri trattamenti non farmacologici quali la terapia del linguaggio o gli impianti cocleari. Utilizzando i dati pubblicati dai paesi sviluppati, un team di studiosi americani, inglesi e australiani ha analizzato le prove esistenti di potenziale beneficio che potrebbe derivare dallo screening neonatale per il citomegalovirus.

In primo luogo è stato stimato il numero di bambini con le più importanti disabilità relative all’infezione (cioè la perdita dell’udito, i disturbi alla vista e il deficit cognitivo), e l’età in cui si verificano le disabilità. Poi, per ciascuna di queste, sono stati esaminati i dati esistenti riguardo l’efficacia dei vari interventi. Le conclusioni, pubblicate sulla rivista Reviews in medical virology ritengono che ci sia una buona evidenza di beneficio con interventi non farmacologici per i bambini con perdita dell’udito tardiva che si verifica dai 9 mesi d’età.

Allo stesso modo, gli autori sostengono che non vi siano abbastanza prove per giustificare una terapia antivirale nei bambini con perdita dell’udito alla nascita, né per gli interventi non farmacologici nei bambini con ipoacusia tardiva che si verifica tra i 9 e i 24 mesi d’età, nonché per i bambini con deficit cognitivi correlati al citomegalovirus. Una scarsa evidenza di potenziale beneficio è stata riscontrata anche per i bambini con ipoacusia tardiva che si verifica dopo i 24 mesi d’età e per i bambini con disabilità visiva.

Nel complesso si stima che negli Stati Uniti diverse migliaia di bambini con citomegalovirus congenito potrebbero beneficiare ogni anno dello screening neonatale, della diagnosi e dei relativi interventi precoci. Ma – sostengono gli autori – invece di sottoporre a screening per citomegalovirus tutti i neonati, il test potrebbe essere limitato a quei bambini che hanno particolari fattori di rischio, come ad esempio l’essere piccoli rispetto all’età gestazionale o l’aver fallito i primi test per l’udito. Lo screening mirato porterebbe vantaggio a un numero inferiore di bambini, ma potrebbe avere anche meno effetti negativi ed essere più conveniente rispetto allo screening universale.

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