Uno studio francese chiarisce alcuni aspetti fisiopatologici dell’infezione che, se contratta in gravidanza, può essere molto pericolosa

PARIGI - Diversi studi clinici suggeriscono che l'infezione da citomegalovirus congenito abbia conseguenze sullo sviluppo del cervello e sugli esiti neurologici diverse a seconda dell'età gestazionale in cui avviene il contagio, tuttavia ci sono pochi dati disponibili riguardanti i meccanismi fisiopatologici del virus durante lo sviluppo.
Il gruppo di ricerca delle dottoresse Homa Adle-Biassette e Natacha Teissier dell'Università Paris Diderot ha condotto analisi neuropatologiche, istologiche e immunologiche sui cervelli di 16 feti non sopravvissuti all’infezione (di età gestazionali comprese tra le 23 e le 28 settimane) e i risultati sono stati pubblicati questo mese su "Journal of Neuropathology and Experimental Neurology".

Dei 16 cervelli analizzati 9 casi erano microcefalici, 10 presentavano estese anomalie corticali e 1 polimicrogiria, condizione causata da un eccessivo numero di giri e solchi poco profondi a livello della corteccia. In 5 dei casi microcefalici i test a ultrasuoni e sierologici hanno mostrato che il contagio è avvenuto durante il primo trimestre di gravidanza, quindi durante il processo di neurogenesi e migrazione neuronale.

Lo studio ha dimostrato che, contrariamente all'idea comune che l'infezione da citomegalovirus sia limitata ad alcune zone chiamate periventricolari, il virus è in realtà distribuito in tutto il cervello.

Gli studi immunologici hanno mostrato che la risposta immunitaria contro il virus è presente e che la difesa principale è l'immunità mediata da cellule, in cui i linfociti T citotossici entrano nel sistema nervoso centrale, riconoscono correttamente il virus e esprimono gli enzimi in grado di provocare la morte delle cellule infettate dal virus, tuttavia questo sistema non è in grado di rispondere adeguatamente al virus e sono state isolate numerose cellule contagiate.

Il citomegalovirus inoltre infetta tutti i tipi di cellule ma sembra avere una preferenza particolare per quelle staminali neuronali, quelle della glia radiale, che forniscono supporto durante la migrazione delle cellule corticali e per la microglia, globuli bianchi responsabili della difesa immunitaria nel sistema nervoso centrale. Pertanto un'ipotesi è che l'invasione del cervello da parte del virus avvenga tramite i globuli bianchi infetti che attraversano la barriera ematoencefalica.

Inoltre, in 4 casi su 5 analizzati anche il bulbo olfattivo è risultato infetto dal virus, pertanto un'altra via di contagio potrebbe essere l'inalazione di liquido amniotico infetto, il quale, attraverso una struttura chiamata lamina cribrosa, raggiunge poi il bulbo olfattivo.
Per questo motivo, secondo gli autori, le disfunzioni olfattive potrebbero servire da biomarcatori per la progressione della malattia nel periodo post-natale o da marcatori prognostici per le conseguenze psichiatriche e cognitive.

“In conclusione – riassumono i ricercatori - due fattori principali determinano la presenza di anomalie corticali e di microcefalia negli stadi precoci di sviluppo nei feti affetti da citomegalovirus: la densità delle cellule infette nel cervello e la particolare suscettibilità delle cellule staminali neuronali al virus”.

Per saperne di più consulta la nostra sezione dedicata al CITOMEGALOVIRUS CONGENITO. A disposizione anche il Prof. Nigro, Direttore della Clinica Pediatrica Universitaria e della Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’Università dell’Aquila, grazie al servizio L’ESPERTO RISPONDE.






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