Giornata Mondiale della malattia di Batten

Il #BattenDay2023 punta i riflettori sulla cura: terapia genica e farmaci personalizzati potrebbero, in futuro, riscrivere la storia di questa malattia

#Battenadvocatesforacure: quest’anno la Giornata Mondiale dedicata alla malattia di Batten, termine che racchiude l’ampio gruppo delle ceroidolipofuscinosi neuronali (NCL), sottolinea la necessità di una cura per queste patologie neurodegenerative di origine genetica. Attualmente non esiste una terapia risolutiva, ma solo farmaci per la gestione dei sintomi e interventi di supporto. Le persone affette da malattia di Batten vanno incontro a un rapido deterioramento cognitivo e fisico, con un’aspettativa di vita variabile ma tendenzialmente breve. Proprio a causa della gravità della prognosi, la ricerca sta percorrendo la strada delle terapie avanzate e personalizzate: l’obiettivo è di rispondere ai cosiddetti “unmet needs” dei pazienti, in questo caso una terapia efficace.

UN NOME, TANTE MALATTIE

Rapido declino delle capacità cognitive e motorie, perdita progressiva della vista fino alla cecità, atrofia cerebellare ed epilessia sono i sintomi più diffusi della malattia di Batten, anche se le diverse forme possono avere manifestazioni più o meno specifiche, di gravità variabile e caratterizzate da differenti velocità di progressione. Tipicamente a esordio infantile, la Batten si trasmette con modalità autosomica recessiva: tutti e due i genitori devono essere portatori di una copia del gene difettoso e nel caso in cui venissero trasmesse alla prole entrambe le copie si manifesterebbe la malattia.

Delle 14 varianti identificate della malattia di Batten, solo per una è attualmente disponibile un trattamento: per esattezza la terapia enzimatica sostitutiva a base di cerliponasi alfa, che ha dimostrato di poter rallentare il decorso della ceroidolipofuscinosi neuronale di tipo 2. Tutte le altre forme di malattia restano senza terapia specifica e il trattamento prevede farmaci per il controllo dei sintomi, come le crisi epilettiche, insieme a interventi di supporto, ad esempio fisioterapia o terapia occupazionale.

In Italia, per i pazienti con malattia di Batten è attiva l’Associazione Nazionale Ceroidolipofuscinosi (A-NCL), ente di supporto alle famiglie che fa parte dell’Alleanza Malattie Rare.

AGIRE SUI GENI

In futuro la terapia genica potrebbe essere un’opzione per la malattia di Batten: fornire alla cellula una versione sana del gene che è alla base della singola forma di ceroidolipofuscinosi neuronale potrebbe portare a una produzione sufficiente della proteina mancante o non funzionante e fermare - o perlomeno rallentare - la progressione dei sintomi.

Dato che la Batten è una malattia neurodegenerativa, la terapia genica dovrebbe essere somministrata direttamente nel cervello, in modo da aggirare le naturali barriere di difesa dell’organo. Questo permetterebbe di avere un effetto a lungo termine, ma non vanno sottovalutati i rischi legati alla somministrazione della terapia. L’equilibrio tra benefici e rischi deve pendere inevitabilmente verso i primi ed è per questo motivo che i trial clinici vengono condotti rispettando parametri precisi e che, in caso di dati non sufficientemente solidi, i farmaci sperimentali non vengono approvati. Bisogna però aggiungere che, essendo la Batten una malattia letale, la somministrazione compassionevole di terapie sperimentali è spesso autorizzata.

Anche se non molti, ci sono alcuni trial clinici che riguardano la terapia genica per la malattia di Batten, per lo più condotti negli Stati Uniti. Alcuni si sono già conclusi e proseguono con gli studi a lungo termine, altri sono attivi e riguardano diverse forme della patologia. Quello che li accomuna è che sono tutti nelle fasi iniziali di sperimentazione: ci vorranno ancora anni di studio e dati solidi prima di poter portare al paziente una terapia efficace e approvata dagli enti regolatori, ma la cosa positiva è che la ricerca è attiva.

UN FARMACO SU MISURA

Qualche anno fa la malattia di Batten è stata protagonista di uno studio, pubblicato su The New England Journal of Medicine, che riguardava lo sviluppo di un farmaco destinato a una sola bambina, chiamata Mila. Milasen, questo il nome della terapia, è stato il primo farmaco basato sugli oligonucleotidi antisenso progettato per trattare una mutazione specifica, ossia un’alterazione a carico del gene MFS8, collegato alla ceroidolipofuscinosi neuronale di tipo 7.

Un caso molto complesso quello della piccola Mila, che i ricercatori che Boston Children’s Hospital hanno provato a trattare correggendo l’effetto della mutazione. La sperimentazione “n-of-1” – così chiamata perché il numero dei pazienti nei trial clinici è indicato con la lettera ‘n’, che in questo caso è 1 – è andata bene, anche se la terapia non è stata in grado di migliorare le condizioni ormai gravi della bambina.

Di medicina personalizzata si parla da tempo e l’interesse è elevato, ma le risposte sono ancora poche e i dubbi e i dilemmi etici molti. La vicenda di Mila è stato il primo esempio di questo approccio, ma altri stanno cercando di seguire lo stesso percorso nella speranza di cambiare un destino già scritto per molti pazienti. Le gravi conseguenze della malattia di Batten spingono la ricerca a fare un ulteriore passo avanti, per poter arrivare a una soluzione terapeutica nel minor tempo possibile.

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