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Micobatteri non tubercolari, prof. Giovanni DeloguIn questi giorni, al centro della cronaca è finito un piccolo microrganismo, che in Veneto ha infettato alcune persone sottoposte ad intervento chirurgico.
Ma cos'è questo batterio e cosa è realmente successo? E perché tanto allarme nella popolazione? Osservatorio Malattie Rare ha cercato di fare chiarezza

Lo chiamano “batterio killer” e in questi giorni se ne parla con toni da epidemia, soprattutto in Veneto, dove il caso è scoppiato in seguito ai decessi associati alla contaminazione di alcuni macchinari ospedalieri. Diversi laboratori segnalano una rilevante crescita di telefonate da parte di persone che chiedono informazioni e test diagnostici. Il Mycobacterium chimaera, appartenente alla più ampia famiglia dei micobatteri non tubercolari (NTM), sta insomma destando molto allarme. Per affrontare la situazione, la Regione Veneto ha istituito un Gruppo di Lavoro per la Prevenzione e la Gestione delle Infezioni da Micobatteri non Tubercolari in Soggetti Sottoposti a Intervento Cardiochirurgico con Impiego di Dispositivi per Riscaldamento-Raffreddamento, riunitosi nei giorni scorsi a Padova e coordinato dalla Direzione Regionale Prevenzione e dall’Unità Operativa Rischio Clinico dell’Azienda Zero. “Il M. chimaera è un batterio diffuso in natura e generalmente non pericoloso per la salute umana”, affermano gli esperti. Come mai, allora, per alcuni pazienti si è rivelato letale? Proviamo a comprendere meglio la questione con l’aiuto del prof. Giovanni Delogu, dell’Istituto di Microbiologia del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma. Ma partiamo prima dal caso che ha dato origine al tutto.

IL CASO

Si può affermare che il 'caso zero', quello da cui è partita l'intera faccenda, sia un medico di 66 anni di Vicenza, sottoposto a un intervento al cuore nel 2016, in seguito al quale aveva contratto l’infezione da M. chimaera. Durante l’intervento, era stato impiegato un macchinario per il raffreddamento-riscaldamento, prodotto dalla ditta LivaNova del gruppo Sorin, che ha il compito di regolare la temperatura del sangue in circolazione extracorporea durante gli interventi di cardiochirurgia. La contaminazione delle taniche del dispositivo da parte del M. chimaera sarebbe stata la causa dell’infezione che il paziente ha contratto, e con cui aveva convissuto per almeno un paio di anni, fino a che, dopo un secondo intervento, è deceduto per il peggioramento delle sue condizioni di salute. La procura ha aperto un’inchiesta per stabilire le cause della morte, inchiesta che dovrà verificare se fosse stato preso in dovuta considerazione l’allerta diramato dalla ditta costruttrice riguardante i possibili rischi da contaminazione da M. chimaera. In attesa degli esiti dell’autopsia, la notizia è rimbalzata su tutti i quotidiani. Nel frattempo, il Gruppo di Lavoro appositamente istituito dalla Regione Veneto ha stimato in 10mila i pazienti probabilmente contagiati dal M. chimaera, il quale sarebbe responsabile, oltre a quello appena descritto, di altri cinque decessi. Ma la domanda che molti si pongono è che cosa sia il M. chimaera e se sia davvero così pericoloso.

I MICOBATTERI NON TUBERCOLARI

I micobatteri non tubercolari (NTM) rappresentano una classe di organismi ampiamente diffusi nell’ambiente”, spiega il prof. Giovanni Delogu. “Si possono annidare nel suolo e nelle acque, sia quelle naturali che quelle potabili. Attraverso le acque di drenaggio dai boschi, dalle foreste o dai terreni paludosi, possono raggiungere i distretti agricoli e i giardini, contaminando aree a contatto con l’uomo”. L’aspetto più importante degli NTM è che l’uomo può contrarre l’infezione per inalazione. Per tale ragione, i polmoni rappresentano la principale localizzazione delle infezioni causate da questi organismi. “L’aerosol costituisce la più importante via di accesso di questi organismi al nostro corpo”, prosegue Delogu. “Può capitare, infatti, che i micobatteri non tubercolari si ritrovino nell’acqua degli umidificatori o delle piscine e delle palestre. Anche il soffione della doccia può essere una potenziale fonte di contaminazione”.

Le modalità d’infezione sono la chiave per meglio comprendere la biologia degli NTM. Nell’ambiente naturale, le specie micobatteriche sono presenti con un alto tasso di biodiversità ed è stato appurato che vi siano fattori, sia ambientali che genetici, in grado di aumentare il rischio che alcune di queste specie crescano sensibilmente, divenendo pericolose anche per l’uomo. “Fenomeni come l’abbassamento del pH, l’aumento della temperatura, la formazione di biofilm o l’associazione con altri protozoi, come le amebe, più altri fattori causati da intervento umano, quali l’uso di antimicrobici e disinfettanti, offrono l’opportunità ad alcuni micobatteri di aumentare la loro concentrazione nell’ambiente e, quindi, il loro potenziale patogeno, un'opportunità favorita anche dall’ampia varietà di questi microrganismi sul piano genotipico”.

La naturale capacità dei micobatteri di resistere ad ambienti ostili e ad agenti chimici e fisici, spiega anche la loro estrema resistenza alle terapie antibiotiche usate per contrastarli. “Grazie agli studi condotti negli ultimi anni, e grazie al sequenziamento del genoma dei micobatteri non tubercolari, è possibile sapere quali siano i ceppi responsabili delle più serie infezioni e come essi si trasmettano all’interno delle nostre comunità”, continua Delogu. “Un esempio è rappresentato da M. avium hominissuis, responsabile della maggior parte delle infezioni da NTM nell’uomo, il quale presenta una grande variabilità sul piano genetico. Il pangenoma [insieme di tutti i geni che formano il genoma di una specie, N.d.R.] del M. avium si aggira intorno ai 17.000 geni, quasi tre volte quello del M. tuberculosis. Questo implica un'alta diversità genetica, che consente un'elevata capacità di adattamento. Un altro organismo significativo sul piano clinico è il M. abscessus, che causa malattia specialmente nei soggetti affetti da fibrosi cistica, tra i quali si trasmette con modalità clonale. Infine, c’è M. chimaera, di cui tanto si parla in questi giorni. Erano già stati registrati, infatti, casi di M. chimaera in pazienti sottoposti a interventi cardiochirurgici, proprio come è capitato con la ditta che produce i macchinari al centro dell’indagine”. La contaminazione ambientale con il M. chimaera può avvenire in sala operatoria, soprattutto in caso di interventi di cardiochirurgia a cuore aperto, anche se il rischio di contagio ospedaliero da M. chimaera è uno dei più bassi in assoluto (1 paziente su 10.000). Stafilococco ed enterococco sono decisamente più pericolosi e molto più comuni.

L'ATTUALE SITUAZIONE E LE MISURE ADOTTATE

Al momento, in Veneto, sono stati diagnosticati 16 casi di infezione da M.chimaera, di cui 2 con intervento cardiochirurgico eseguito in altre Regioni. Su oltre 30.000 interventi eseguiti, dal 2010, presso le Cardiochirurgie della Regione Veneto, sono stati individuati 14 casi di infezione, con 6 decessi. In seguito all’ondata di allarmismo diffusasi nei giorni scorsi, la Regione Veneto, congiuntamente alla Regione Emilia-Romagna, ha messo in atto un monitoraggio microbiologico relativo alla contaminazione dei dispositivi sotto giudizio. Le indicazioni di sicurezza trasmesse dalla ditta produttrice sono state seguite con attenzione ed è stato effettuato l’aggiornamento o la sostituzione dei macchinari. Inoltre, per ridurre ulteriormente il rischio di contaminazione, è stata inviata un’informativa da trasmettere ai pazienti che sono stati sottoposti ad intervento di chirurgia cardiaca, con l’utilizzo dei dispositivi di riscaldamento/raffreddamento, dal 1 gennaio 2010 al 31 dicembre 2017.

UNA SFIDA PER LA MEDICINA

“La domanda a cui dovremo cercare di rispondere è quali siano i fattori ambientali o antropogenici che concorrono a selezionare ceppi con aumentata patogenicità”, conclude Delogu. “I micobatteri non tubercolari sanno adattarsi a condizioni ambientali sfavorevoli per molti altri batteri, e possono occupare 'nicchie ecologiche' che li rendono una minaccia sul piano clinico. Sono le pressioni fenotipiche e genotipiche a renderli in grado di aumentare la resistenza agli antibiotici e, talvolta, di causare malattia anche in soggetti non immunodepressi”. Gli NTM rappresentano, attualmente, una complicata sfida per la medicina e purtroppo, per i pazienti: le terapie antibiotiche a disposizione non sono specifiche, possono durare anni e solo poche persone riescono a portarle a termine a causa dei numerosi effetti collaterali. Anche la diagnosi non è così semplice come si possa pensare, perché i sintomi sono generici e possono essere confusi con quelli di una sindrome influenzale. Lo dimostrano storie come quella di Giuliana, storie che, però, evidenziano anche che la malattia si può vincere, e che in futuro, grazie alle nuove terapie, la battaglia potrebbe essere più semplice.

Leggi anche "Le 5 cose da sapere sull’infezione da Mycobacterium chimaera".



GUIDA alle ESENZIONI per le MALATTIE RARE (2019)

Malattie rare, GUIDA alle esenzioni

Con l'entrata in vigore dei nuovi LEA (15 settembre 2017) è stato aggiornato l’elenco delle malattie rare esenti.

OMaR (Osservatorio Malattie Rare), in collaborazione con Orphanet-Italia, ha realizzato una vera e propria Guida alle nuove esenzioni, ora aggiornata al 2019, con l'elenco ragionato dei nuovi codici, la lista completa di tutte le patologie esenti, le indicazioni su come ottenere l’esenzione e molto altro.

Clicca QUI per scaricare gratuitamente la Guida (aggiornata ad aprile 2019).

 


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