Roma – I noduli tiroidei così frequenti nella popolazione italiana, soprattutto quella femminile, presentano a livello cellulare differenze che correttamente individuate determinano differenti scelte terapeutiche (chirurgica o farmacologica). Per questa ragione è di estrema importanza il risultato raggiunto da anatomopatologi ed endocrinologi di tutto il mondo, gli italiani in prima fila, nella classificazione citologica e istologica dei noduli alla tiroide al fine di identificare e distinguere i tumori meno aggressivi da quelli più aggressivi. Tale nuova classificazione della pericolosità dei noduli alla ghiandola a forma di farfalla è stato al centro del 10° Corso Multidisciplinare di Patologia e Citologia Tiroidea, svoltosi venerdì 13 e sabato 14 novembre a Roma, presso l’Aula Brasca del Policlinico universitario A. Gemelli.

Durante il Corso è stata presentata la classificazione italiana delle lesioni tiroidee riconosciuta a livello mondiale e pubblicata nel 2014 sul Journal of Endocrinological Investigation (JEI) dai membri del Comitato italiano SIAPEC-AIT (Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia diagnostica - Associazione Italiana della Tiroide) con il lavoro “Italian consensus for the classification and reporting of thyroid cytology”. La classificazione, elaborata da un gruppo di dieci esperti italiani tra cui i docenti dell’Università Cattolica di Roma Guido Fadda, professore aggregato di Anatomia e Istologia patologica, e Alfredo Pontecorvi, professore ordinario di Endocrinologia, sarà illustrata sabato 14 novembre dal professor Francesco Nardi della Sapienza Università di Roma.
La discussione si avvarrà del contributo dei maggiori esperti italiani e internazionali di citologia della tiroide, tra cui il prof. Zubair Baloch dell’Università di Pennsylvania di Philadelphia, USA.

La nuova classificazione italiana è nata dallo sforzo congiunto di anatomopatologi ed endocrinologi, con il contributo di chirurghi e medici nucleari, con l’obiettivo di calibrare al meglio l’approccio terapeutico, ricorrendo all’intervento chirurgico solo in caso di lesioni con forte probabilità di malignità e trattando con terapia farmacologia e follow-up le restanti lesioni che rappresentano la stragrande maggioranza dei noduli tiroidei (circa il 90%). Questo è uno dei principali elementi di differenza fra la classificazione italiana e le altre classificazioni nazionali dei noduli della tiroide.

“La classificazione delle lesioni tiroidee è uno strumento indispensabile per orientare la scelta tra un approccio terapeutico di tipo medico - cioè con terapia farmacologica e perciò non invasiva- oppure di tipo chirurgico con l’asportazione della lesione - spiega il coordinatore scientifico del corso Guido Fadda,   Sono solo tre le comunità scientifiche al mondo – continua Fadda - che hanno compiuto questo sforzo: quella del Regno unito, l’Italia e gli Stati Uniti. Nel 2007 avevamo presentato la classificazione italiana SIAPEC-IAP, poi pubblicata nel 2008 e inclusa nelle Linee Guida Italiane per la Gestione delle Lesioni Nodulari Tiroidee. In quella classificazione si prevedevano 5 categorie diagnostiche, ognuna delle quali caratterizzata da una differente e appropriata terapia. Da allora – conclude Fadda - sulla base di un accurato monitoraggio delle esperienze degli altri paesi e della letteratura, un comitato ad hoc composto da 5 citopatologi della SIAPEC e da 5 endocrinologi, appartenenti alla Società Italiana di Endocrinologia e l’Associazione Medici Endocrinologi, ha curato  l’aggiornamento della classificazione. Il lavoro è stato pubblicato nel Maggio 2014 sulla rivista internazionale Journal of Endocrinological Investigation (JEI). La multidisciplinarietà di questo sforzo, a garanzia del migliore approccio terapeutico, è l’elemento che distingue la classificazione italiana da quelle statunitense e britannica”.
 
Due gli importanti elementi di novità dell’aggiornamento della classificazione italiana:
- il primo è l’inserimento di un “rischio di malignità atteso” per ciascuna categoria diagnostica, in parziale analogia con la classificazione americana del 2008 denominata the Bethesda System (TBS) la quale, pur costruita su 6 classi di rischio di malignità invece che 5 come in quella italiana precedente, presenta molte analogie con quest’ultima per terminologia e suggerimenti operativi;
- il secondo, che rende la classificazione italiana assimilabile sia a quella americana che  a quella britannica (aggiornata nel  2010 dal Royal College of Pathologists) è la suddivisione della categoria TIR 3 (indeterminato) in due sottocategorie (TIR 3A e TIR 3B) che presentano un rischio di malignità diverso e progressivo e che richiedono un trattamento diverso, clinico o chirurgico, per ciascuna di esse.

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