NAPOLI – Il cancro della tiroide è un tumore maligno con una rilevanza per la salute pubblica in rapida crescita: oltre ad essere il più comune tumore endocrino, la sua incidenza nei paesi occidentali è aumentata progressivamente nel corso degli ultimi decenni. Generalmente i tumori endocrini sono poco sensibili ai trattamenti ad attività lesiva sul DNA: in particolare, le chemioterapie sistemiche citotossiche hanno dimostrato un’efficacia limitata ai carcinomi della tiroide in stadio avanzato, con tassi di risposta del 25% o meno. Pertanto, il trattamento delle forme aggressive dei tumori tiroidei è impegnativo, e la convalida di terapie innovative è obbligatoria.

Cinque studiosi di Napoli e Salerno (V. Marotta et al.) hanno fatto il punto su questo tipo di trattamenti sulla rivista Critical Reviews in Oncology - Hematology. La maggior parte degli eventi genetici implicati nella patogenesi del cancro della tiroide coinvolgono geni con attività chinasica, pertanto gli inibitori della chinasi sono molto rilevanti in questo campo. Gli inibitori della chinasi sono considerati il trattamento più adatto per i pazienti con tumori differenziati della tiroide refrattari allo iodio: questi pazienti comprendono il sottogruppo con la prognosi peggiore.

Ad oggi, solo il sorafenib è stato approvato per questa indicazione, ma risultati promettenti sono stati riportati con diversi altri inibitori della chinasi. In particolare, il lenvatinib ha dimostrato un’eccellente efficacia, ed è risultato essere migliore del sorafenib sia per la sopravvivenza libera da progressione che per la risposta obiettiva del tumore. Ma, nonostante siano considerati essere ben tollerati, sia il sorafenib che il lenvatinib hanno mostrato una significativa tossicità, che ha portato a riduzioni del dosaggio nella maggior parte dei pazienti e all’interruzione del trattamento in una rilevante percentuale di casi.

Il ruolo degli inibitori della chinasi nei tumori differenziati della tiroide può essere rivoluzionato dalla constatazione che il selumetinib può ripristinare una risposta clinica allo iodio radioattivo. Vandetanib e cabozantinib, invece, sono stati approvati per il trattamento del cancro midollare della tiroide avanzato e progressivo: tuttavia, la tossicità di entrambi i composti suggerisce il loro uso selettivo nei pazienti con forte progressione della malattia.

Anche il trattamento con everolimus (un mTOR-inibitore), da solo o in associazione con analoghi della somatostatina, deve essere studiato nei pazienti con cancro midollare della tiroide metastatico con lenta progressione della malattia, poiché questi rappresentano la stragrande maggioranza dei pazienti. Gli inibitori della chinasi, infine, non hanno un impatto significativo sulle caratteristiche cliniche del tumore anaplastico della tiroide.

 

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