Prof. Furio PaciniIl prof. Furio Pacini (Siena): “Nel 2020 sarà il carcinoma più frequente nelle donne dopo quello alla mammella”

SIENA – Il tumore della tiroide è quello che nel mondo aumenta più di ogni altro: si stima che nel 2020 sarà il cancro più frequente nelle donne dopo quello alla mammella. A fornirci questo dato è il prof. Furio Pacini, Ordinario di Endocrinologia presso l'Università di Siena e Direttore dell'U.O.C. di Endocrinologia dell'Azienda Ospedaliera-Universitaria Senese.

“In realtà, il motivo di questo aumento è il progresso e la maggiore diffusione dei metodi diagnostici: oggi si fanno molte più ecografie. Essendo un tumore poco aggressivo e asintomatico, fino a qualche decennio fa semplicemente non veniva scoperto", spiega Pacini.

Le forme rare, le più aggressive, negli ultimi 40 anni sono invece rimaste stabili”, continua il Professore, organizzatore di un congresso dedicato a questo tipo di neoplasia che si è appena concluso a Siena e che ha fatto il punto sulle ultime novità riguardo alla diagnosi e alle terapie. Ampio spazio è stato riservato al trattamento personalizzato: se negli anni passati il metodo adottato era uguale per tutti i pazienti (e forse troppo radicale), oggi si cerca di individualizzare l'intervento: ad esempio, in caso di un basso tasso di recidiva, si asporta solo metà tiroide anziché l'intera ghiandola.

Il 90% dei tumori alla tiroide è di tipo papillare, ed è una neoplasia lenta e assolutamente curabile con la tiroidectomia: la sopravvivenza dopo 20 anni dalla diagnosi è dell'85%. Il 15% dei papillari, però, è più aggressivo, comporta la creazione di metastasi e richiede una terapia più importante.

Ci sono poi delle forme ancora più rare: il tumore anaplastico e quello midollare: il primo, che colpisce sopra i 60 anni, rappresenta il 3-4% di tutti i tumori della tiroide, con un centinaio di casi in Italia. Si tratta del cancro umano più aggressivo in assoluto: la sopravvivenza non supera i sei mesi, e nessuna terapia è efficace. Il midollare, invece, rappresenta il 5-6% di tutti i tumori della tiroide, e il suo tasso di sopravvivenza a 20 anni è del 50%.

La terapia più utilizzata per i tumori della tiroide, in seguito all'asportazione della ghiandola, è lo iodio radioattivo, che viene captato dalla neoplasia distruggendola: purtroppo, però, è efficace solo nella metà dei casi. Fortunatamente, negli ultimi anni sono state approvate quattro terapie biologiche che stabilizzano il carcinoma, assicurando un intervallo libero da progressione: si tratta dei farmaci sorafenib, lenvatinib, cabozantinib e vandetanib. Questi medicinali, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, in uno studio clinico controllato hanno dimostrato la loro efficacia per 4-5 anni, bloccando la progressione del tumore e facendolo regredire nel 30-40% dei casi.

Per il tumore della tiroide, la prevenzione non esiste”, afferma il prof. Pacini. “Il 5-6% della popolazione, e il 30-40% delle persone sopra i 50 anni, ha dei noduli tiroidei, per la maggior parte benigni. L'unica cosa che si potrebbe fare per prevenirne la formazione sarebbe utilizzare dalla nascita il sale iodato per usi domestici. L'Italia è un Paese a carenza iodica: la legge prevede la produzione di sale iodato per favorire la buona funzione tiroidea; anzi, nei negozi dovrebbe essere esposto solo quello, ma la legge viene ignorata. Solo la metà della popolazione usa questo tipo di sale: occorrerebbe una maggiore sensibilizzazione”.

Se la prevenzione è impossibile, le cause di questi tumori sono sconosciute: l'unica sicurezza è che possano essere provocati dalle radiazioni, come è stato confermato dal loro aumento in seguito al disastro di Chernobyl. Per il resto, si sospetta una predisposizione genetica o l'influenza di agenti esterni come i pesticidi, ma dagli ultimi studi non è emerso alcun dato definitivo.

In questo quadro, secondo il prof. Pacini, uno screening generalizzato non sarebbe consigliabile. “Non avrebbe senso perché nella gran parte dei casi porterebbe alla scoperta di una 'malattia finta', che non causa problemi né porta alla morte. Insomma, meglio non scoprirla, anche perché l'intervento di tiroidectomia ha comunque un rischio di complicanze”.

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