DNA e genetica

La scoperta proviene da uno studio americano basato sul sequenziamento dell'intero genoma

Quarta causa di morte negli uomini e nelle donne nella fascia d’età compresa tra 50 e 69 anni, con una sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi pari solamente all’8%: a guardare i dati nudi e crudi, il carcinoma del pancreas incute timore. In particolare, con il nome di adenocarcinoma duttale del pancreas definiamo la forma tumorale più nota e diffusa, tanto che lo scorso anno sono stati segnalati in Italia più di 13mila casi. Un numero alto per un tumore che, tra i fattori di rischio, oltre al fumo di sigaretta e alla pancreatica cronica, annovera anche l’ereditarietà. Infatti, si stima che circa un tumore al pancreas su dieci riporti una storia di familiarità e ciò impone ai ricercatori di approfondire lo studio delle mutazioni geniche più frequentemente associate alla comparsa della malattia.

Questo è esattamente quello che hanno fatto alcuni ricercatori americani, autori di uno studio pubblicato su Nature Genetics. Attraverso un’analisi genetica condotta su pazienti affetti da forme familiari di adenocarcinoma duttale del pancreas, gli scienziati sono riusciti ad identificare una nuova mutazione che sembra essere legata all’insorgenza del tumore.

Perché tanto clamore per una singola aberrazione genetica che porti allo sviluppo della malattia? In prima istanza perché gli unici tumori del tratto gastro-intestinale a non essere in diminuzione sono proprio quelli del pancreas, e la necessità di capire da dove originino è impellente. E poi perché, sebbene fino ad oggi sia stato dimostrato che il rischio di adenocarcinoma del pancreas è maggiore nel contesto di condizioni familiari come la sindrome di Peutz-Jeghers o di Lynch, ed è anche correlato a mutazioni del gene BRCA2, non esistono, al momento, metodiche per una diagnosi precoce del tumore, a discapito ovviamente della sopravvivenza dei pazienti. Per tale ragione, lo studio di nuove mutazioni è la via maestra che può condurre allo sviluppo di test diagnostici affidabili e, si spera, di terapie mirate efficaci.

Dopo aver escluso gli individui nei quali l’origine del tumore fosse riconducibile a mutazioni dei geni BRCA2 o p16/CDKN2A, i ricercatori si sono affidati alla tecnica del sequenziamento dell’intero genoma e hanno isolato una variante - mai identificata prima in forme di cancro ereditario - a livello del gene RABL3, il quale rientra nella famiglia degli oncogeni RAS, che codificano per proteine in grado di trasmettere un segnale capace di indurre, in tanti casi, il cancro. Successivamente, gli scienziati hanno trovato conferma, in un modello di Zebrafish (un pesce tropicale ampiamente usato negli studi di genetica), della capacità di questa mutazione di attivare con maggior frequenza un processo di carcinogenesi.

Tramite tecniche di spettrometria di massa e ad analisi di proteomica comparativa, gli autori dello studio hanno anche potuto approfondire il meccanismo con cui le mutazioni di RABL3 concorrono allo sviluppo di cancro, osservando come questo gene sia un potente modulatore di un altro gene, denominato KRAS, implicato nello sviluppo sia di diversi tipi di tumore, tra cui quello al pancreas, sia delle cosiddette “RASopatie”, patologie ereditarie a trasmissione autosomico-dominante.

Il valore di questa ricerca è quindi duplice: da un lato consente di far luce su uno dei geni protagonisti di una via di segnalazione cellulare che porta alla formazione del cancro; dall’altro permette di acquisire un bersaglio specifico per lo sviluppo di una potenziale nuova terapia per il tumore al pancreas, dal momento che, ad oggi, il trattamento di prima linea per questa patologia prevede il ricorso alla chemioterapia e alla radioterapia, purtroppo non sempre sufficienti.

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