Dalla Columbia University l’ipotesi di un meccanismo a catena, osservato sui topi, che potrebbe dare il via a un nuovo approccio terapeutico per le sindromi mielodisplastiche

E’ da un difetto delle cellule staminali nel midollo osseo che sono causate la leucemia acuta, uno dei tumori del sangue più diffusi, e le sindromi mielodisplastiche, un gruppo di rare patologie ematiche preleucemiche. Un nuovo studio appena pubblicato su Nature sembra però far vacillare quanto sappiamo sulla patogenesi dei tumori ematologici: una mutazione individuata negli osteoblasti, ovvero le cellule dell’osso, innescherebbe una reazione a catena in grado di interferire con la normale attività delle cellule dell’adiacente midollo osseo. L’esito finale sarebbe, quindi, una proliferazione anomala delle cellule ematopoietiche che porterebbe alla neoplasia.


I ricercatori del Columbia University Medical Center hanno chiarito questo meccanismo complesso, delineando l’ipotesi di un nuovo approccio terapeutico: l’impiego di farmaci che abbiano come target gli osteoblasti e inibiscano a monte questa serie di reazioni. Secondo gli autori della ricerca, questa strategia potrebbe affiancarsi o addirittura sostituire quella attuale che è, invece, selettiva per le cellule del sangue già trasformate in tumorali.  “Studi precedenti avevano evidenziato che le cellule ossee e i  blasti della leucemia comunicano tra loro – spiegano i ricercatori. La dinamica è complessa e scandita da una serie di reazioni a catena, osservate nel topo: la mutazione ‘scatenante’ è quella nel gene che codifica per la beta-catenina, una proteina presente normalmente sulla superficie esterna degli osteoblasti ma che quando anomala si trasferisce nel nucleo, interferendo con la produzione e attivazione di altri segnali molecolari che, come ultimo target, avrebbero proprio le cellule staminali nel vicino midollo osseo.

In una fase parallela dello studio, è stato osservato che il 38% dei pazienti con leucemia acuta e sindromi mielodisplastiche presenta un difetto genetico in molecole chiave che regolano questi passaggi (individuati nelle proteine beta-catenina, jagged1 e Notch). Su modello animale sono già stati testati inibitori di queste proteine che potrebbero essere altrettanto efficaci nell’uomo. Perchè sarebbe vantaggioso sviluppare farmaci contro il microambiente tumorale? ‘Abbiamo un crescente armamentario di farmaci selettivi per le cellule tumorali – concludono gli americani - ma, in casi come questo, il cancro può originare anche dall’interazione tra una cellula e il suo ambiente circostante. Quest’ultimo rappresenta un bersaglio migliore perchè non è mutevole come le cellule cancerose. Nella leucemia acuta è verosimile che l’inibizione della proteina jagged1 possa bloccare la nascita di nuove cellule tumorali e questa terapia potrebbe essere adottata in combinazione con la terapia citotossica: un primo farmaco potrebbe prevenire l’insorgenza di nuove cellule cancerose e un secondo potrebbe invece eradicare quelle già presenti nell’organismo’.


 

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