Senza dimenticare l’importanza di prestare ascolto alla testimonianza dei pazienti, che devono sentirsi parte di un meccanismo inclusivo e capace di rendere disponibili le nuove terapie 

Al sentir parlare di linfoma il pensiero va a una malattia prevalentemente ematologica, del sangue, come la leucemia; ma esistono altre forme, con manifestazioni soprattutto a livello della pelle, e fra di esse figura il linfoma cutaneo a cellule T (CTCL), che rientra nel vasto insieme dei linfomi non-Hodgkin. All’interno di questo gruppo i CTCL si suddividono ulteriormente in altre entità: la micosi fungoide ha una carattere indolente e limita le sue manifestazioni alla cute, mentre la sindrome di Sézary - meno diffusa - si presenta come una malattia aggressiva, che coinvolge i linfociti T circolanti. Per far fronte al meglio a queste condizioni occorre raggiungere innanzitutto un solido livello di consapevolezza di cosa rappresentino e, secondariamente, è fondamentale l’impostazione di un percorso di cura personalizzato sul paziente, da svolgere presso centri ad elevata specializzazione.  

 Sono questi i concetti cardine di un articolo pubblicato sul British Journal of Haematology e firmato - tra gli altri - dal dott. Pietro Quaglino, dermatologo con una lunga esperienza nella cura del CTCL . Si intuisce che riferirsi al linfoma cutaneo a cellule T come a un’entità singola è erroneo, poiché la micosi fungoide e la sindrome di Sézary fanno parte di un continuum che definisce un’intera patologia di cui medici e ricercatori stanno ancora studiando il processo patogenetico: nell’evoluzione del tumore sono, infatti, coinvolti fattori genetici, immunologici e persino microbici. Entrambe le condizioni coinvolgono i linfociti T CD4+ ma seguono un cammino evolutivo differente, dovuto alla presenza di varie mutazioni nei precursori extra-cutanei infiltranti la cute.  

In merito a tali forme di tumore, un primo significativo nodo da sbrogliare consiste nel riconoscimento dei sintomi che possono sovrapporsi con quelli di altre patologie dermatologiche più comuni. La micosi fungoide, ad esempio, presenta diverse varianti, dalle forme con lesioni follicolari (quindi spesso associate ad alopecia) a quelle, più rare, che prevedono la comparsa di placche o chiazze alle estremità, fino a quelle che insorgono nelle regioni delle ascelle o dell’inguine. In alcuni casi, nel corso del tempo - anche diversi anni - possono svilupparsi lesioni tumorali o eritrodermia. Quest’ultima caratterizza sovente la sindrome di Sézary, in cui si assiste a una estesa desquamazione della pelle, accompagnata da prurito e cheratodermia palmo-plantare. 

Non è infrequente che il percorso diagnostico dei pazienti sia lungo - fino a 3 anni prima della conferma della malattia - poiché le lesioni e le manifestazioni sopraindicate tendono ad essere sottovalutate dai malati o confuse con i segni di altre malattie più diffuse e meno pericolose. Perciò la gestione ottimale di tutte le forme di CTCL esige il confronto di esperti di più specialità: dermatologi, ematologi, anatomo-patologi, radioterapisti e psico-oncologi. 

La diagnosi emerge dalla valutazione integrata dei referti di anatomia patologica, degli esami molecolari e dell’immunofenotipizzazione (mediante immunoistochimica o citometria a flusso): le cellule neoplastiche sono linfociti T CD3+, CD4+ e CD45RO+, con frequente perdita di CD7 e CD8. La citometria a flusso su sangue periferico rimane altamente raccomandata ma deve essere accompagnata dal dosaggio dei marcatori di malattia e dall’esecuzione di una TAC o di una tomografia a emissione di positroni-tomografia computerizzata (PET-TC) 

Sul fronte terapeutico, le linee guida internazionali dell’European Organization for Research and Treatment of Cancer (EORTC) e della National Comprehensive Cancer Network (NCC) propongono una gestione basata sullo stadio, sulla presentazione clinica e sull’inclusione di nuove opzioni di trattamento. La radioterapia si conferma un pilastro per il trattamento delle fasi iniziali, mentre per le forme avanzate sono disponibili farmaci la cui efficacia aumenta in relazione a una precisa e meticolosa stratificazione prognostica dei casi.  

Infine, accanto a tutto ciò, è vivo il dibattito riguardante l’impatto della malattia sulla vita quotidiana dei pazienti. Chi convive con una patologia cronica, visibile sulla pelle e spesso accompagnata da sintomi invalidanti, come il CTCL, deve fare i conti con il cambiamento della propria immagine corporea, e con l’impatto sulle relazioni sociali, sulla vita lavorativa e, più in generale, sul benessere psicologico. Per questo l’ascolto dell’esperienza diretta dei pazienti - oggi sempre più valorizzato anche nelle linee guida internazionali - rappresenta un elemento essenziale per orientare scelte cliniche davvero efficaci. Su questo fronte, le associazioni di pazienti svolgono un ruolo fondamentale sia nel ridurre l’isolamento che nel promuovere una maggiore equità nell’accesso alle cure. 

 

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