Colangiocarcinoma - dr.ssa Ana Lleo De Nalda

Incoraggianti i risultati ottenuti dai ricercatori dell’Humanitas di Milano nella realizzazione di un “organ-on-chip” per un approccio personalizzato alla patologia

La diagnosi di cancro rappresenta un passaggio molto delicato e difficile, soprattutto per forme tumorali dalla prognosi infausta: ad esempio il glioblastoma o i tumori del pancreas e del fegato. A quest’ultimo gruppo appartiene il colangiocarcinoma, una forma rara - costituisce fino al 7% di tutti i tumori epatici - e poco conosciuta, a cui però spetta una speciale attenzione. Lo dimostra la ricorrenza, proprio oggi, della Giornata Mondiale dedicata al Colangiocarcinoma (World Cholangiocarcinoma Day, World CCA Day), promossa dalla Global Cholangiocarcinoma Alliance (GCA) al fine di accrescere il livello di informazione su questo raro tumore, contro cui i ricercatori dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e gli scienziati del Politecnico di Milano hanno unito le forze nel comune tentativo di mettere a punto un innovativo modello di malattia sul quale testare nuove combinazioni farmaceutiche.

Il colangiocarcinoma si sviluppa a livello delle vie biliari, un complesso e ben ramificato sistema di dotti e canali che si sviluppa all’interno del fegato”, spiega Ana Lleo De Nalda, professoressa ordinaria di Humanitas University e responsabile del Laboratorio di Immunopatologia Epatobiliare di Humanitas di Milano. “Tali strutture, dal diametro microscopico, coprono come una rete l’intera superficie del fegato per poi confluire in ramificazioni via via più grosse le quali formano un dotto biliare comune, o coledoco, che sbocca nell’intestino”. L’insieme dei dotti biliari ha lo scopo di raccogliere e convogliare nell’intestino la bile prodotta dalle cellule del fegato (e immagazzinata nella cistifellea) e necessaria per la digestione e l’assorbimento dei grassi; inoltre, tramite i dotti biliari trovano eliminazione sostanze tossiche o alcuni prodotti di scarto del metabolismo. “Le vie biliari sono rivestite da un tipo di cellule chiamate colangiociti, a livello delle quali si sviluppa il colangiocarcinoma”, precisa Lleo. “Da essi prende il nome questo raro tumore, la cui incidenza nei Paesi Occidentali appare tuttavia in rapido aumento”. Infatti, secondo i più recenti dati AIRTUM, di colangiocarcinoma soffrono circa 12.700 persone in Italia e ogni anno si stima che le nuove diagnosi ammontino a circa 5400 - cosa che ne fa il secondo tumore epatico primitivo a maggior diffusione. Purtroppo, i numeri non ingannano e il rapporto tra le persone viventi con il tumore e le nuove diagnosi annuali mette in luce la prognosi infausta del colangiocarcinoma.

“Il fegato è un organo non innervato, perciò il colangiocarcinoma si manifesta in maniera completamente asintomatica”, chiarisce Lleo. “Di conseguenza la maggior parte delle diagnosi giunge tardiva, quando il tumore non ormai è più asportabile”. Non sono disponibili test di screening o esami diagnostici in grado di anticipare la presenza del colangiocarcinoma perciò la diagnosi non giunge prima delle manifestazioni cliniche associate alle ostruzioni dei dotti biliari: la mancanza di strumenti di diagnosi e di approcci farmacologici efficaci fa di questa neoplasia una delle peggiori da affrontare, contro cui rimane solo la chirurgia quale unico trattamento radicale.

La classificazione del colangiocarcinoma si basa primariamente sulla sede di insorgenza”, prosegue l’epatologa spagnola. “Esistono colangiocarcinomi intraepatici (iCCA), extraepatici peri-ilari (pCCa) e distali (dCCa): ognuno possiede differenti caratteristiche cliniche e un diverso approccio terapeutico”. Di fatto, negli scorsi anni la ricerca scientifica ha compiuto enormi balzi avanti, specialmente nel settore dell’oncologia di precisione, alzando il velo sui meccanismi genetici che regolano l’insorgenza di un ampio numero di tumori: l’arrivo delle “terapie mirate” ha interessato anche il colangiocarcinoma, in cui l’impiego di farmaci in grado di inibire la funzione dei geni FGFR2 e IDH1 ha prodotto solide risposte nei pazienti con neoplasia intraepatica. “Purtroppo, all’incirca 2 pazienti su 10 possono usufruire di queste terapie”, afferma ancora Lleo. “La rimanente quota non presenta mutazioni specifiche su cui possano agire farmaci mirati”.

Anche per questo motivo è necessario continuare a condurre progetti di studio sul colangiocarcinoma: utilizzando un gergo aeronautico si direbbe di spingere avanti le manette di potenza della ricerca e puntare in alto il muso, oltre le nuvole che circondano i meccanismi di insorgenza del tumore e, ancora di più, quelli con cui resiste ai farmaci. A tale scopo servono modelli di colangiocarcinoma rigorosi e affidabili, come quello messo a punto grazie alla collaborazione tra Humanitas e Politecnico di Milano e descritto sulle pagine della rivista Journal of Hepatology Reports. “Si tratta di un chip realizzato in un polimero delle dimensioni di pochi centimetri”, spiega Marco Rasponi, professore associato di Tecnologie per la Medicina Rigenerativa al Politecnico di Milano, dove è anche responsabile del Laboratorio di Microfluidica e Microsistemi Biomimetici. “All’interno di questo dispositivo, nei canali micrometrici scavati grazie ad avanzate tecniche fotolitografiche, abbiamo ‘seminato’ le cellule prelevate da pazienti con colangiocarcinoma, lasciando che riproducessero l’architettura del tumore”.

In questo modo è stato possibile ottenere un modello accurato della malattia da usare per testare l’efficacia di varie combinazioni di farmaci dirette contro questo tumore epatico. “Così facendo non solo auspichiamo di poter dare un impulso alla ricerca sul colangiocarcinoma – conclude Lleo – ma puntiamo a realizzare uno strumento che permetta di valutare l’utilità e l’efficacia delle soluzioni oggi a disposizione (e di quelle che in futuro usciranno dai laboratori e dalle officine farmaceutiche) prima che il paziente cominci la terapia, in modo tale da offrirgli i farmaci con cui colpire in maniera più precisa possibile le cellule tumorali”.

Per ulteriori informazioni sugli “organ-on-chip” e sui modelli cellulari avanzati per il colangiocarcinoma è possibile leggere l’articolo di approfondimento pubblicato su Osservatorio Terapie Avanzate.

 

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