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OssMalattieRare La raccolta e condivisione dei dati sull’ #acidosi tubulare renale distale è fondamentale per la gestione e il monitoraggio del paziente. Guarda l'intervista alla dott.ssa Francesa Becherucci, dell'Ospedale Meyer di Firenze. @2019Ipna youtu.be/ODzUUXHM28I
4 days ago.

Il termine purpura fulminans (PF), in italiano 'porpora fulminante', indica un raro disordine del sistema emostatico che è contraddistinto da un'elevata morbilità e mortalità. La patologia è essenzialmente dovuta alla carenza o disfunzione della proteina C, un anticoagulante naturale, ed è caratterizzata da tipiche lesioni cutanee che evolvono rapidamente in necrosi, accompagnate da una severa coagulopatia sistemica e da un'insufficienza multi-organo.

La forma più pericolosa di purpura fulminans colpisce i neonati (purpura fulminans neonatale), ed è causata da grave deficit congenito della proteina C (SCPCD, Severe Congenital Protein C Deficiency), una malattia ereditaria dovuta a mutazioni omozigoti o eterozigoti composte nel gene PROC, che è normalmente responsabile della produzione della proteina C. La prevalenza della SCPCD è stimata in 1/500.000-1/4.000.000, mentre il deficit parziale di proteina di C (dovuto a mutazioni eterozigoti) è molto più frequente (1/200-1/500). Più raramente, la purpura fulminans neonatale è causata da deficit congenito della proteina S.
In altri casi, a insorgenza più tardiva, la purpura fulminans può essere la conseguenza di gravi sepsi o di disturbi infiammatori (purpura fulminans acquisita), oppure può essere correlata a terapie anticoagulanti con antagonisti della vitamina K (come i derivati della cumarina). Negli adulti e nei bambini (non neonati), la causa più frequente della PF è la sepsi da meningococco, da pneumococco o da altri agenti patogeni.

Nella purpura fulminans, la carenza di proteina C porta alla formazione di trombi (coaguli di sangue) e al deposito di fibrina nei piccoli vasi sanguigni dell'organismo, con conseguente ipossia, apoptosi cellulare e necrosi tissutale a carico della pelle e di altri organi. Inizialmente, la malattia si manifesta con tipiche lesioni cutanee di un colore rosso-violaceo tendente al blu scuro, con forma irregolare, confine infiammatorio e necrosi centrale. Anche se la sintomatologia cutanea è distintiva e domina il quadro clinico, la purpura fulminans è una malattia sistemica in cui i processi di trombosi e necrosi tissutale si ripercuotono non soltanto sulla pelle, ma anche su altri organi, principalmente il cuore, i reni, i polmoni e il fegato. La PF evolve con estrema rapidità, esitando in una coagulopatia diffusa e in un'insufficienza multi-organo. Il tasso di mortalità della malattia è del 42-50%, e i pazienti che riescono a sopravvivere possono manifestare problemi neurologici e oftalmici a lungo termine, tra cui ritardo dello sviluppo psicomotorio, epilessia, paralisi cerebrale e cecità. Inoltre, a causa della necrosi tissutale, molti pazienti sono costretti a subire interventi chirurgici e amputazioni. Se non adeguatamente trattata, la PF evolve spesso in uno stato di coagulazione intravascolare disseminata (CID). La CID è una gravissima sindrome clinica in cui la formazione incontrollata di trombi porta all'esaurimento di proteine note come fattori della coagulazione, determinando una coagulopatia da consumo che esita in massicce emorragie interne. In questo caso, il tasso di mortalità della purpura fulminans è praticamente del 100%.

Dato l'andamento rapidamente ingravescente e potenzialmente fatale della PF, i soggetti che presentano segni della malattia vanno considerati pazienti critici anche quando siano ancora stabili e apparentemente in buone condizioni. Una diagnosi precoce, essenzialmente basata sul riscontro e l'identificazione delle tipiche lesioni cutanee, è fondamentale per l'avvio di una tempestiva terapia che permetta la sopravvivenza dei pazienti ed eviti le conseguenze più gravi della malattia. Specifiche analisi di laboratorio sono utilizzate per confermare la diagnosi di PF e accertare la causa della patologia, anche se l'attesa dei risultati non deve ritardare l'avvio del trattamento.

Per i pazienti colpiti da purpura fulminans le possibili opzioni terapeutiche sono rappresentate dalla somministrazione di plasma fresco congelato, anticoagulanti orali, eparina (infusione endovenosa) e concentrato di proteina C. Altrettanto importanti sono gli interventi terapeutici finalizzati al trattamento della causa sottostante della PF (ad esempio, la terapia antimicrobica nel caso della PF da sepsi). La terapia intensiva è chiaramente indicata per il ripristino della circolazione sanguigna.

Istiocitosi a cellule di Langerhans (ICL/LCH)

La ICL è una malattia rara (prevalenza di 1-2/100.000) che può coinvolgere tutte le fasce di età con un picco di incidenza nella prima infanzia, appartenente al gruppo delle Istiocitosi.
E’ caratterizzata dalla formazione, nei tessuti coinvolti, di infiltrati infiammatori contenenti cellule di Langerhans, le cellule che hanno dato il nome alla malattia.
La diagnosi si basa sull’analisi istologica e immunoistochimica dei tessuti affetti (infiltrato granulomatoso di cellule con fenotipo LC, CD1a+ e/o Langherina+).

L’eziopatogenesi della malattia è stata a lungo dibattuta. Le citochine infiammatorie (in particolare IL-17A) sembrano avere un ruolo cruciale nello sviluppo della ICL a sostegno dell’origine infiammatoria/reattiva della malattia. A partire dal 2010, con l’identificazione nelle lesioni tissutali e nei progenitori midollari di mutazioni somatiche attivanti a carico del gene BRAF e di altri geni della stessa via, la ICL è stata ridefinita come una malattia clonale di origine mieloide. Sebbene la ICL sia una malattia sporadica, casi di familiarità e di concordanza tra gemelli omozigoti suggeriscono il ruolo di fattori genetici costituzionali, ad oggi non identificati.
La presentazione clinica e la prognosi sono molto eterogenee potendo variare tra lesioni cutanee o ossee uni-focali che possono regredire spontaneamente, a malattia disseminata ad organi vitali potenzialmente letale. Le sedi più frequentemente interessate nel bambino sono osso e cute. Raramente sono coinvolti milza, fegato e sistema ematopoietico, organi a rischio per un decorso aggressivo gravato da alto tasso di mortalità.
Le conoscenze acquisite grazie ai risultati dei diversi protocolli di cura multicentrici hanno permesso di stratificare la popolazione pediatrica in “single-system ICL” (SS-ICL) e “multi-system ICL” (MS-ICL) con o senza interessamento di organi a rischio, il cui coinvolgimento, oltre alla scelta terapeutica, condiziona la prognosi della malattia.La malattia polmonare isolata è rara nel bambino ed il quadro radiologico presenta caratteristiche diverse rispetto a quelle del paziente adulto per il quale è segnalata anche una possibile interdipendenza tra la malattia polmonare e l’abitudine tabagica. Il coinvolgimento del sistema nervoso centrale (SNC) può manifestarsi sotto forma di lesioni infiltranti o come complicanza neurodegenerativa.

I pazienti con ICL possono andare incontro a riattivazioni o complicanze. In uno studio di follow-up a lungo termine, tali complicanze si sono sviluppate nel 42% dei pazienti, più frequentemente in quelli con malattia multisistemica. Il diabete insipido è il risultato della complicanza più frequente (15%), seguito da quelle del sistema nervoso centrale e dalla fibrosi polmonare. Altre complicanze comprendono i deficit ormonali adenoipofisari e la colangite sclerosante. Pazienti con interessamento delle ossa del massiccio facciale e/o con diabete insipido sono a rischio di sviluppare la complicanza neurodegenerativa della malattia (ND-ICL), evento raro ma temibile che può progredire fino a severe manifestazioni neurologiche inabilitanti come l’atassia e la tetraparesi. La limitata conoscenza dei meccanismi patogenetici alla base di tale complicanza ha impedito finora di sviluppare terapie efficaci ad arrestarne la progressione. L’individuazione precoce dei pazienti a rischio e il loro accurato monitoraggio, così come lo studio di fattori biologici predisponenti, rappresenta ad oggi uno dei principali obiettivi della ricerca scientifica internazionale.

Trattamento
L’estrema eterogeneità della malattia si riflette in un iter diagnostico-terapeutico complesso che richiede la valutazione dei casi sospetti in Centri altamente specializzati.A partire dagli anni ’80, lo sviluppo di studi clinici cooperativi prospettici pediatrici, ha contribuito al miglioramento della strategia terapeutica, con impatto favorevole sulla prognosi dei pazienti con ICL. A partire dal 1991, sono stati sviluppati studi internazionali nell’ambito dell’Histiocyte Society (HS), con l’obiettivo di ridurre l’incidenza della resistenza alla terapia, delle ricorrenze di malattia e delle sequele a lungo termine (LCH-I, LCH-II, LCH-III, LCH-IV). Il protocollo attualmente aperto, LCH-IV, coordinato a livello nazionale dalla AOU A. Meyer, valuta opzioni terapeutiche di seconda linea per pazienti con o senza interessamento di organi a rischio e propone un trattamento specifico per la malattia SNC.
Ad oggi, i farmaci più efficaci si sono dimostrati i cortisonici in associazione a chemioterapici (come vinblastina, vincristina, citarabina e cladribina), e alcuni tipi di antinfiammatori (indometacina). Sulla base della recente identificazione del ruolo patogenetico delle mutazioni del gene BRAF, negli ultimi anni, gli inibitori delle tirosinchinasi, in particolare l’inibitore di BRAF, vemurafenib, sono stati utilizzati con successo in piccole coorti di pazienti adulti e sono attualmente in valutazione nei bambini. Nell’adulto mancano protocolli di cura multicentrici e proposte di stratificazione, pertanto i trattamenti si rifanno prevalentemente alle esperienze maturate dai singoli Centri o a quelle derivanti dai protocolli pediatrici.

Dott.ssa Elena Sieni
Pediatra oncoematologo
Azienda Ospedaliero Universitaria Meyer (Firenze)

Il deficit di lipasi acida lisosomiale (Lysosomal Acid Lipase Deficiency, LAL-D) è una malattia metabolica genetica, progressiva ed estremamente rara, per la quale lattanti, bambini e adulti presentano un accumulo continuo e incontrollato di esteri del colesterolo e di trigliceridi, con conseguente danno multiorganico e decesso prematuro. I lattanti ai quali è stata diagnosticata la LAL-D manifestano una sintomatologia grave ad insorgenza precoce a un’età media di 1,1 mesi. Nei pazienti pediatrici e adulti, l’età media di esordio corrisponde a 5,8 anni (intervallo: 0-42 anni di età), con un’età di presentazione dei pazienti affetti pari o inferiore a 12 anni nell’83% dei casi.

GENI ED EREDITARIETÀ – La carenza di lipasi acida lisosomiale è causata da una mutazione omozigote o eterozigote composta nel gene LIPA (613.497) sul cromosoma 10q23. La trasmissione della malattia è autosomica recessiva.

FORME – La carenza di lipasi acida lisosomiale provoca due fenotipi distinti negli esseri umani: la malattia di Wolman e la malattia da accumulo degli esteri del colesterolo (CESD).

LA MALATTIA DI WOLMAN – Si tratta di una patologia fulminante dell'infanzia a esordio precoce, con una massiccia infiltrazione nel fegato, nella milza e in altri organi da parte di macrofagi pieni di esteri del colesterolo e trigliceridi. La malattia è molto rara, con un'incidenza inferiore a un caso su 100.000 nati vivi, e la morte avviene nei primi anni di vita.

LA CESD – È  un disturbo più mite e a esordio più tardivo, con interessamento epatico primario da parte dei macrofagi saturi di esteri del colesterolo. Questa malattia viscerale lentamente progressiva ha un ampio spettro di coinvolgimento che va dall'insorgenza precoce con grave cirrosi a quella più tardiva con malattia epatica più lentamente progressiva e sopravvivenza fino all'età adulta.

CAUSE – La LAL-D è causata da mutazioni genetiche che comportano una marcata diminuzione o scomparsa dell’attività enzimatica della lipasi acida lisosomiale (LAL), responsabile della degradazione delle particelle lipidiche. Nei pazienti affetti da LAL-D, comunque, l’insufficiente attività enzimatica della LAL può determinare un accumulo continuo e incontrollato di materiale lipidico nel fegato, nelle pareti dei vasi sanguigni e in altri tessuti, con conseguenti danni progressivi, tra cui disturbi della crescita, grave malassorbimento, fibrosi, cirrosi, insufficienza epatica, processi aterosclerotici accelerati, malattie cardiovascolari e altre conseguenze devastanti.

MORBILITÀ E MORTALITÀ – La LAL-D è una malattia grave e potenzialmente letale associata a mortalità prematura e morbilità significativa, e nei lattanti è una malattia a rapida progressione e mortalità imminente. L’età media dei lattanti affetti al decesso corrisponde a 3,7 mesi e quasi il 100% dei lattanti ai quali è stata diagnosticata presenta disturbi della crescita e il decesso si verifica entro 1 anno dalla nascita. Inoltre, la letteratura pubblicata, relativa a 135 casi, ha evidenziato che il 51% dei pazienti progrediva verso la fibrosi, la cirrosi o il decesso.

MANIFESTAZIONI SISTEMICHE – La LAL-D compromette molteplici sistemi organici vitali, compresi il fegato, il cuore, la milza e l’apparato gastrointestinale. Infatti, l’87% dei pazienti affetti presenta manifestazioni della malattia in più di un sistema organico.

FEGATO – Le manifestazioni a carico del fegato rientrano tra i più comuni e diffusi sintomi clinici della LAL-D, interessando circa l’86% dei pazienti. Uno studio osservazionale condotto su pazienti pediatrici e adulti ha riscontrato che il decesso dovuto a insufficienza epatica insorgeva in pazienti di soli 7 anni di età, con il 50% dei decessi correlati al danno epatico verificatisi in pazienti di età inferiore a 21 anni. Le manifestazioni epatiche della LAL-D includono elevati livelli di ALT (alanina transaminasi), ingrossamento del fegato, fibrosi e/o cirrosi, disfunzione o insufficienza epatica, vene anomale e ingrossate nella porzione inferiore dell’esofago.

SISTEMA CARDIOVASCOLARE – Complessivamente, l’87% dei pazienti affetti da LAL-D presenta manifestazioni cardiovascolari. Aumenti dei livelli di colesterolo totale, trigliceridi e LDL-C (colesterolo legato a lipoproteine a bassa densità), nonché una diminuzione dei livelli di HDL-C (colesterolo legato a lipoproteine ad alta densità), sono comuni. Le anomalie lipidiche e il rischio associato di processi aterosclerotici accelerati, ovvero l’accumulo prematuro di lipidi, colesterolo e altre sostanze all’interno e sulle pareti delle arterie, possono contribuire alla morbilità e mortalità premature. Altre manifestazioni cardiovascolari includono le coronaropatie, l’infarto e l’ictus.

MILZA – Nel 36% dei pazienti affetti da LAL-D si presentano manifestazioni a carico della milza, tra cui splenomegalia (ingrossamento della milza), ipersplenismo (iperattività della milza), anemia e trombocitopenia. Un danno grave a carico della milza può richiedere l’asportazione dell’organo.

APPARATO GASTROINTESTINALE – Le manifestazioni gastrointestinali della LAL-D, causate dall’accumulo di substrati lipidici nell’intestino, si presentano nel 22% dei pazienti. Nei lattanti, i primi segni di LAL-D sono rappresentati da vomito, diarrea, malassorbimento e disturbi della crescita. Altre manifestazioni a livello gastrointestinale includono dolore addominale ed epigastrico, disfunzione della cistifellea e presenza di fluido nella cavità addominale.

DIAGNOSI – Per la malattia di Wolman la diagnosi può essere rapidamente confermata misurando l'attività enzimatica sui leucociti (o sui fibroblasti), che rivela un deficit quasi totale. La diagnosi prenatale può essere effettuata con il dosaggio enzimatico o l'analisi molecolare sui villi coriali. Per la CESD, la diagnosi è confermata dal riscontro del difetto di lipasi acida, di solito nei leucociti o nei fibroblasti. L'analisi genetica può essere utilizzata per confermare la diagnosi.

Tra i pazienti affetti da LAL-D è comune la formulazione di una diagnosi errata, che li espone a un maggiore rischio di complicanze gravi e imprevedibili. La malattia può essere diagnosticata con un’analisi del sangue per l’enzima.

TRATTAMENTO – Per la malattia di Wolman non esiste al momento un trattamento specifico. Tuttavia, in due casi, il trapianto molto precoce di sangue del cordone e di midollo osseo hanno dato buoni risultati al follow-up di quattro anni. Sebbene la sostituzione dell'enzima e la terapia genetica abbiano dato risultati promettenti sui topi “knock-out” (cioè con inattivazione del gene LAL), questo tipo di studi non possono essere necessariamente ricondotti alla malattia di Wolman, in quanto il fenotipo del topo è più vicino a quello della malattia da accumulo degli esteri del colesterolo.

Per la CESD, il trattamento sintomatico consiste in una dieta a basso contenuto di colesterolo con somministrazione di inibitori della HMG-CoA reduttasi (lovastatina e i suoi derivati), che determinano una drastica riduzione dei livelli plasmatici di colesterolo, trigliceridi e colesterolo LDL. La somministrazione contemporanea di colestiramina o, più recentemente, di ezetimibe è stata testata con buoni risultati. Al momento non è disponibile un trattamento specifico, ma sono stati ottenuti risultati incoraggianti con la terapia sostitutiva enzimatica e la terapia genica nei topi “knock-out” e con un fenotipo simile a quello della CESD.

È stato inoltre segnalato che le cure di supporto storiche, compresi l’impiego della terapia statinica, il trapianto di fegato e il TCSE (trapianto di cellule staminali ematopoietiche), sono generalmente inefficaci nell’arrestare la progressione della malattia nei pazienti affetti. Non esiste alcuno studio ben controllato che abbia dimostrato la sicurezza o l’efficacia di tali approcci nel trattamento.

ASSOCIAZIONI – In Italia esistono diverse associazioni che si occupano delle malattie metaboliche. Qui è disponibile l'elenco completo.

Scarica qui la scheda informativa sulla malattia.

L'ipofosfatasia (HPP) è una malattia ereditaria che colpisce lo sviluppo delle ossa e dei denti. Questa condizione interrompe un processo chiamato mineralizzazione, in cui i minerali come calcio e fosforo si depositano nello sviluppo di ossa e denti. La mineralizzazione è fondamentale per la formazione di ossa forti e rigide e di denti che possano resistere alla masticazione e al digrignamento.

L'epidermolisi bollosa (EB) è una condizione genetica che provoca bolle e lesioni sulla pelle e nelle mucose interne a causa della frizione, anche la più lieve, e a volte persino spontaneamente. È nota anche come “sindrome dei bambini farfalla”, facendo riferimento alla loro fragilità, che li accomuna a quella proverbiale delle ali di farfalla. Ci sono tre tipi principali di patologia: simplex, distrofica e giunzionale. Le forme in cui si manifesta variano da quella relativamente lieve a quella invalidante, fino alla più grave e letale: la malattia, infatti, non colpisce solo la pelle.

Quando interessa la bocca e la gola, mangiare e deglutire diventa difficile e doloroso, ma può riguardare anche altre mucose interne, compresi gli occhi e l’ano, causando grande dolore e sconforto. Le altre caratteristiche cutanee comprendono distrofia ungueale con perdita delle unghie e, di rado, lesioni miliari. Spesso la cicatrizzazione è assente o minima (lieve atrofia rugosa e depigmentazione).

IL NOME – La pelle è composta da un numero di differenti strati. Lo strato esterno si chiama epidermide (gli strati interni sono il derma). In greco, “lysis” significa rottura. Quindi, epidermolisi bollosa significa rottura e formazione di bolle nell’epidermide. In generale, la malattia causa bolle che possono essere ristrette a specifiche aree, per esempio mani o piedi, o possono interessare vaste aree del corpo. Questa tendenza alla formazione di bolle è presente di solito fin dalla nascita o subito dopo, anche se nelle forme localizzate le lesioni possono comparire nella tarda infanzia o prima età adulta.

LA PREVALENZA – La prevalenza varia da 1/215.000 negli USA a 1/35.000 in Scozia. In Italia colpisce un bambino su circa 82.000 nati (a fronte di una media mondiale di uno su 17.000, per un totale di circa 500 mila malati).

L'EREDITARIETÀ – La malattia non è contagiosa e si trasmette dai genitori al bambino. A seconda del sottotipo, la trasmissione è autosomica dominante o autosomica recessiva, e una diagnosi corretta del sottotipo è fondamentale per una consulenza genetica mirata. Nel caso di ereditarietà dominante un genitore è affetto da EB ed esiste una possibilità su due in ogni gravidanza che il bambino ne sia affetto. Nel caso di ereditarietà recessiva, nessuno dei due genitori sembra possedere la condizione, ma entrambi sono portatori. In questo caso, esiste una possibilità su quattro in ogni gravidanza che il bambino ne sia affetto.

LE FORME – Oltre il 50% di EB si manifesta nella forma simplex: in genere questa è la forma meno grave, perché le bolle sono spesso ristrette alle mani e ai piedi. Le forme distrofiche sono causate dagli “uncini” (il termine scientifico è fibrille d’ancoraggio) che, danneggiati o assenti, non sono in grado di “tenere” il derma. La formazione di bolle è generalizzata e costante e lascia cicatrici. Il continuo processo di cicatrizzazione può determinare la fusione delle dita e la contrazione delle mani, riducendone movimento e funzionalità. L’anemia è una condizione diffusa. Inoltre possono insorgere tumori e problemi nefrologici. In alcuni casi è necessario applicare la terapia del dolore. L'epidermolisi bollosa giunzionale, infine, si manifesta circa nell’1% dei casi: si conoscono due forme principali di EB giunzionale, una delle quali è letale fin nella prima infanzia.

LA DIAGNOSI – Di solito è semplice, e come riporta il database Orphanet , non richiede una diagnosi differenziale accurata. Tuttavia, nel periodo neonatale, va considerata l'infezione prenatale da herpes simplex, soprattutto in assenza di un'anamnesi familiare positiva per la formazione di bolle, o quando le caratteristiche cliniche sono quelle tipiche dell'EB. La diagnosi differenziale nei neonati e nei bambini piccoli si pone con l'aplasia cutis congenita, il pemfigo neonatale, l'herpes gestationis neonatale, la sindrome combustiforme da stafilococco, l'incontinentia pigmenti, l'ittiosi epidermolitica, la dermatosi bollosa a IgA lineari, il pemfigoide bolloso e l'impetigine bollosa. La diagnosi prenatale, a 8-10 settimane, è possibile sul DNA fetale estratto da villi coriali o cellule del liquido amniotico, solo quando il gene-malattia è noto o sono state identificate le mutazioni patogenetiche.

IL TRATTAMENTO – La presa in carico deve evitare la comparsa delle bolle mediante una meticolosa protezione della cute, l'adozione di stili di vita appropriati per evitare i traumi e la prevenzione delle infezioni secondarie mediante un'attenta cura delle ferite. L'aria condizionata può prevenire il peggioramento nelle stagioni calde. I pazienti con i sottotipi associati a elevato rischio di complicazioni extracutanee richiedono un attento monitoraggio e l'implementazione di metodi in grado di evitare che i tessuti colpiti diventino gravemente compromessi. Attualmente non ci sono cure o trattamenti efficaci per l'epidermolisi bollosa.

L'ASSOCIAZIONE – In Italia è attiva Debra Italia Onlus, fondata nel 1990 da un gruppo di genitori. Si rivolge interamente all’aiuto di privati per garantire servizi e supporto ai malati e alle loro famiglie, per promuovere il benessere e l’integrazione sociale dei malati e per favorire la conoscenza professionale e sociale della malattia.

LA PROGNOSI – La prognosi dipende dal sottotipo. Molti pazienti hanno un'aspettativa di vita normale, ma una notevole morbilità. Alcuni sottotipi, invece, comportano una significativa riduzione delle attese di vita.

La neuropatia ottica ereditaria di Leber (Leber Hereditary Optic Neuropathy - LHON) è una malattia neurodegenerativa mitocondriale del nervo ottico, che spesso si caratterizza per una perdita improvvisa della vista nei giovani adulti.
Chiamata anche atrofia ottica di Leber, questa patologia rara e degenerativa colpisce un tipo particolare di cellule della retina, le cellule ganglionari. Si manifesta di norma tra i 15 e i 30 anni e colpisce molto più frequentemente i maschi. La prevalenza della malattia non è del tutto nota, anche se è stimata in 1/15.000-1/50.000.

Sintomi – Il paziente percepisce una perdita della vista (perdita della visione centrale) improvvisa e indolore.
Interessa entrambi gli occhi simultaneamente o sequenzialmente con perdita della vista nel secondo occhio dopo alcune settimane-mesi. La perdita della vista in genere si manifesta in maniera subacuta (nell'arco di diverse settimane) per poi stabilizzarsi nel giro di un anno.

Diagnosi - Il sospetto diagnostico viene avanzato su base clinica, ma la conferma viene dall’analisi molecolare.
I segni della LHON consistono nel rigonfiamento della testa del nervo ottico, nella tortuosità vascolare, nella telangiectasia peripapillare, nella microangiopatia e negli scotomi centrali nel campo visivo. La tomografia a coerenza ottica (OCT) conferma il rigonfiamento dello strato delle fibre nervose retiniche. Sono stati descritti anche discromatopsia al rosso-verde al test della visione dei colori e pseudopapilledema all'angiografia con fluoresceina. È caratteristica una misurazione Snellen dell'acuità visiva a 20/200 o meno.
La principale diagnosi diffenziale si pone con la neurite ottica, un segno comune della sclerosi multipla. Devono essere escluse anche altre neuropatie ottiche genetiche, come la sindrome di Wolfram e l'atrofia ottica autosomica dominante tipo classico. [Fonte: Orphanet].

Trasmissione – La LHON è causata da circa 18 mutazioni del DNA mitocondriale (mtDNA) ed è trasmessa sempre per via materna. Le tre mutazioni missenso 11778/ND4, 3460/ND1 e 144484/ND6 coprono il 90% dei casi di LHON; in particolare, la prima mutazione è associata ad una prognosi più severa, mentre l'ultima si associa a forme più lievi della malattia. [Per approfondimenti in lingua inglese clicca qui]

Terapie - Ad oggi, per la LHON non esiste una cura. La terapia genica sembra rappresentare il futuro terapeutico per questa patologie e sono in corso numerosi studi in tal senso.  
L'unica terapia attualmente approvata per la LHON è l'idebenone, indicato per il trattamento della disabilità visiva nei pazienti adolescenti e adulti.
Il farmaco è stato approvato dalla Commissione Europea a settembre del 2015, sulla base degli importanti dati di efficacia e sicurezza ottenuti nei trials clinici di Santhera Pharmaceuticals, che hanno dimostrato come la perdita della vista possa essere attenuata o invertita nei pazienti affetti da LHON trattati con il farmaco.

Associazioni di pazienti -
In Italia è attiva l'associazione Mitocon onlus, federata a UNIAMO.

La distrofia muscolare di Duchenne e Becker (DMD e BMD) è una malattia rara, ovvero rientra in quelle patologie genetiche con una prevalenza che non supera lo 0,05 per cento della popolazione (ossia 5 casi su 10.000 persone), e che sono per la maggior parte incurabili. La DMD riguarda solo i maschi ma con un’incidenza abbastanza elevata, 1 su 3.300. È la più grave tra le distrofie muscolari: conduce alla completa immobilità e l’aspettativa di vita, pur raddoppiata negli ultimi anni, non supera in media i 25-30 anni. La DMD colpisce infatti in modo specifico il tessuto muscolare scheletrico, compresi i muscoli respiratori e cardiaci, ed è caratterizzata da una progressiva distruzione del tessuto muscolare che viene progressivamente sostituito da tessuto fibroso e adiposo.

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GUIDA alle ESENZIONI per le MALATTIE RARE (2019)

Malattie rare, GUIDA alle esenzioni

Con l'entrata in vigore dei nuovi LEA (15 settembre 2017) è stato aggiornato l’elenco delle malattie rare esenti.

OMaR (Osservatorio Malattie Rare), in collaborazione con Orphanet-Italia, ha realizzato una vera e propria Guida alle nuove esenzioni, ora aggiornata al 2019, con l'elenco ragionato dei nuovi codici, la lista completa di tutte le patologie esenti, le indicazioni su come ottenere l’esenzione e molto altro.

Clicca QUI per scaricare gratuitamente la Guida (aggiornata ad aprile 2019).

 

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