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Una volta all'interno del corpo umano, il virus dell'epatite C (HCV, Hepatitis C Virus) è in grado di infiltrarsi nel processo di metabolismo dei grassi che avviene nell'organismo ospite, sfruttandolo per agevolare la propria sopravvivenza e diffusione. I risultati di un nuovo studio, pubblicato di recente sulla rivista PLOS Pathogens, sembrano indicare che il meccanismo di replicazione dell'HCV sia influenzato dall'attività di uno specifico gene umano, lo stesso gene che è all'origine della cosiddetta sindrome di Chanarin-Dorfman (CDS), una rara malattia da accumulo lipidico.

Nelle cellule del tessuto adiposo (adipociti) e in quelle del fegato (epatociti) sono presenti piccole gocce lipidiche, particelle coinvolte nell'immagazzinamento e nel metabolismo dei grassi. Alcuni agenti patogeni, tra cui il virus dell'epatite C, sfruttano queste goccioline per la loro propagazione. Per l'esattezza, l'HCV viaggia nel sangue sotto forma di corpuscoli lipo-virali che, essendo ricchi di lipidi, ricordano da vicino le lipoproteine a bassissima densità (VLDL), prodotte in gran parte dal fegato e deputate al trasporto di trigliceridi e colesterolo. Tale camuffamento impedisce al sistema immunitario di rilevare e combattere il virus in modo efficace.

Un gruppo di ricercatori dell'istituto TWINCORE (Hannover, Germania) ha deciso di condurre uno studio su eventuali fattori genetici associati all'infezione da HCV, concentrandosi su un lista di geni implicati nella formazione e nel mantenimento delle goccioline lipidiche o delle VLDL. Dopo aver individuato diversi candidati, gli scienziati hanno scelto di approfondire l'analisi del gene ABHD5, responsabile della produzione di un'omonima proteina (ABHD5) che ha la funzione di stimolare l'attivazione dell'enzima ATGL. Questo enzima appartiene alla categoria delle 'lipasi' e favorisce la scomposizione dei trigliceridi in acidi grassi, i quali sono poi utilizzati dall'organismo come fonte di energia.

Il gene ABHD5 è noto anche perché alcune sue specifiche mutazioni sono all'origine di una malattia rara denominata sindrome di Chanarin-Dorfman (CDS). A causa di tali difetti genetici, la proteina ABHD5 non è in grado di attivare l'enzima ATGL, compromettendo il metabolismo dei trigliceridi e provocando un dannoso accumulo di grassi. Di conseguenza, la CDS si presenta come una malattia multisistemica caratterizzata da sintomi che colpiscono la pelle (ittiosi), il fegato (epatomegalia), gli occhi (cataratta, nistagmo), le orecchie (problemi d'udito), i muscoli (miopatia e debolezza) e il sistema nervoso (ritardo mentale).

Nel corso della loro indagine, i ricercatori del TWINCORE hanno potuto constatare che, all'interno delle cellule, la proteina ABHD5 è principalmente localizzata sulla superficie delle gocce lipidiche e in corrispondenza delle zone in cui hanno luogo i processi di secrezione, ossia nelle regioni cellulari in cui sono raggruppati anche i vari componenti dell'HCV. Gli scienziati hanno notato che l'attività di ABHD5, stimolando la degradazione delle gocce lipidiche, è contemporaneamente in grado di  favorire l'assemblaggio di questi componenti, promuovendo la formazione di nuove particelle virali e facilitando il loro rilascio dalle cellule ospiti.

Secondo gli autori dello studio, i risultati sembrano dimostrare che il virus HCV, per agevolare il proprio ciclo di replicazione, riesca a sfruttare proprio quei processi metabolici che avvengono nel fegato e che, normalmente, servono a produrre nuove VLDL a partire dalle riserve di grasso delle gocce lipidiche. L'ipotesi appare confermata dai test condotti sulla forma anomala di ABHD5 che rappresenta la causa della sindrome di Chanarin-Dorfman. Tale proteina, non riuscendo ad attivare il meccanismo di scomposizione delle gocce lipidiche, non è stata in grado di determinare alcun effetto sull'assemblaggio delle particelle virali di HCV.

I ricercatori sostengono che ulteriori indagini sul gene ABHD5 e sull'omonima proteina possano contribuire a spiegare l'origine biologica delle disfunzioni epatiche che caratterizzano la CDS.



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