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L’intervento è estremamente comune per chi soffre di osteoartrosi, artrite reumatoide ed emofilia

Brescia – Una protesi di ginocchio è per sempre. Sembra uno slogan pubblicitario, ma si tratta di una affermazione che nel 90% dei casi (a vent’anni dall’intervento chirurgico) è corretta. Solo in meno del 10% di casi infatti è necessaria una revisione della protesi. Su questo particolare trattamento l’ortopedico Giacomo Stefani, primario all’Istituto clinico Città di Brescia, ha tenuto nei giorni scorsi una lezione magistrale davanti ai professori del Dipartimento di Ortopedia dell’Università di Stanford. Stefani, che esegue in media trecento protesi di ginocchio ogni anno, ha ideato un nuovo metodo di revisione in caso di complicanze precoci o tardive in seguito all’intervento.

“Nella revisione, si posiziona una protesi diversa da quella usata nel primo intervento, dotata di due allungamenti, detti steli, da inserire sia nel femore sia nella tibia”, spiega Stefani. “All’inizio si utilizzava uno stelo semplice, poi lo si è sostituito con uno dotato di un allargamento alla base, sotto e sopra il ginocchio, per renderlo più stabile. Da qui l’intuizione: perché, nei casi di revisione, non si utilizza una protesi allargata, eliminando del tutto gli steli? Abbiamo iniziato questa metodica una decina di anni fa, dopo accurati studi di biomeccanica, e abbiamo visto che, in questo modo, si diminuiscono i tempi chirurgici e l’invasività della protesi, con notevoli vantaggi per il paziente, oltre a diminuire anche i costi dell’intero intervento”.

“In alcuni centri italiani, ma anche europei – spiega Stefani al Giornale di Brescia - ci sono colleghi che adottano questa metodica. Per ora è affidabile, anche se proseguiamo con i piedi di piombo, e abbiamo raccolto tutti i dati per una pubblicazione scientifica che uscirà il prossimo settembre”.

Ma la protesi di ginocchio è un intervento così comune? “Su 296 protesi inserite lo scorso anno - prosegue Stefani - solo 41 sono state posizionate a persone con meno di sessant’anni, in genere dopo un trauma. Negli altri casi, la scelta viene adottata quando non ci sono alternative, chiarendo che la protesi migliora la qualità della vita di una persona che ha forti dolori e limitazioni, ma è evidente che non ridona ad un settantenne le potenzialità di un ginocchio di una persona giovane”.

A parte il trauma le cause più comuni che richiedono l’intervento protesico sono le osteoartrosi, l’artrite reumatoide e l’emofilia. I danni articolari tra le persone affette da emofilia sono stati, fino a pochi anni fa, davvero estremamente comuni. Le emorragie a carico delle articolazioni, spontanee o traumatiche e dei muscoli (ematomi) rappresentano infatti le emorragie che più frequentemente si manifestano nel paziente emofilico e che a lungo termine possono essere causa di effetti invalidanti. Gli emartri, questo il nome specifico, provocano forti dolori e possono degenerare, se non diagnosticati e trattati adeguatamente, in una vera e propria artropatia, denominata ‘artropatia emofilica’: dolore cronico, riduzione del tono e della massa muscolare e deformità ossee.
Gli emartri rappresentano circa il 75% dei fenomeni emorragici nelle forme di emofilia grave e moderata e si manifestano soprattutto a livello delle ginocchia, dei gomiti e delle caviglie.

Fortunatamente, con lo sviluppo di nuove terapie maggiormente efficaci e ad emivita prolungata, utilizzate per la profilassi (ovvero la terapia di prevenzione del sanguinamento, effettuata mediante la somministrazione del concentrato del fattore di coagulazione carente, a seconda che si tratti di emofilia di tipo A oppure di tipo B), si sta giungendo ad una notevole riduzione dei tassi di sanguinamento e dei relativi danni articolari.

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