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Uno studio canadese ha riscontrato una forte relazione dose-risposta fra questi farmaci e l'incidenza della malattia polmonare da micobatteri non-tubercolari. Nessuna associazione significativa, invece, con la tubercolosi

Toronto (Canada) – L'uso di cortisonici inalati risulta associato ad un aumento del rischio di polmonite. Lo certifica uno studio pubblicato sulla rivista European Respiratory Journal, condotto per determinare se l'uso di questi farmaci fosse associato ad un aumento del rischio di malattia polmonare da micobatteri non-tubercolari o di tubercolosi.

Un team dell'Università di Toronto ha condotto uno studio caso-controllo nidificato basato sulla popolazione, utilizzando i database amministrativi sanitari e di laboratorio collegati fra loro nella provincia canadese dell'Ontario. I ricercatori hanno preso in considerazione, tra il 2001 e il 2013, gli adulti di età superiore a 66 anni con malattia polmonare ostruttiva trattata, come ad esempio l'asma, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o la sindrome da overlap asma-BPCO.

Tra i 417.494 soggetti più anziani con malattia polmonare ostruttiva trattata, sono stati identificati 2.966 casi di malattia polmonare da micobatteri non-tubercolari e 327 casi di tubercolosi. L'utilizzo di corticosteroidi inalati è stato associato a malattia polmonare da micobatteri non-tubercolari rispetto al non uso. La correlazione si è rivelata statisticamente significativa per il fluticasone, ma non per il budesonide.

Fra l'incidenza della malattia polmonare da micobatteri non-tubercolari e la dose cumulativa di corticosteroidi inalati nel corso di un anno, c'è stata una forte relazione dose-risposta, mentre non si è riscontrata alcuna associazione significativa tra l'uso di questi farmaci e la tubercolosi. Lo studio suggerisce quindi che l'utilizzo di cortisonici inalati sia correlato ad un aumento del rischio di polmonite, ma non di tubercolosi.



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