Circa vent'anni fa il mondo scientifico festeggiava uno dei passi più importanti dalla scoperta del DNA: la clonazione di un essere vivente. Si trattava di una pecora, più comunemente conosciuta con il nome di Dolly. Per molti questo ovino sarà per sempre ricordato insieme alla possibilità di replicare in laboratorio un organismo ma, per qualcuno, la sua storia ha permesso di stabilire un legame tra l'invecchiamento e la lunghezza dei telomeri.

I telomeri costituiscono le estremità dei cromosomi e contengono le sequenze nucleotidiche ripetute che consentono una replicazione efficiente delle estremità cromosomiche. Inoltre, essi proteggono le estremità del cromosoma dall'eventualità di essere riconosciute come frammenti di DNA spezzato che necessitano di riparazione. Ad ogni divisione cellulare la lunghezza dei telomeri si riduce e questo offre indicazioni preziose sul numero di divisioni a cui è andata incontro la cellula e sull'età delle cellule somatiche: analizzando la lunghezza dei telomeri di Dolly, gli scienziati hanno scoperto che la lunghezza dei telomeri della celebre pecora era pari a quella della cellula della pecora donatrice. Alla nascita Dolly era già vecchia e aveva circa 6 anni.

Lo studio dei telomeri e delle telomerasi – la classe di enzimi che protegge i telomeri durante le fasi di divisione cellulare – ha assunto negli anni un significato basilare, specie nella lotta al cancro ed alle principali malattie genetiche nelle quali le mutazioni hanno un impatto sulla conservazione dei telomeri. Tra le principali malattie c'è la discheratosi congenita, una patologia che si presenta con una progressiva insufficienza del midollo osseo e con una serie di sintomi a carico della cute e delle mucose. Oltre alla discheratosi congenita, le patologie legate all'accorciamento dei telomeri includono anemia aplastica, fiborsi polmonare e cirrosi epatica che, insieme all'insufficienza del midollo osseo, possono rappresentare una significativa causa di morte precoce. Studi risalenti alla metà del secolo scorso hanno confermato la validità della terapia ormonale nel trattamento dell'insufficienza del midollo osseo ma un recente articolo apparso sulla celebre rivista The New England Journal of Medicine riassume gli strabilianti risultati di un trial clinico nel quale la terapia androgenica è stata impiegata per ridurre la perdita telomerica in pazienti con un ampio intervallo di patologie riconducibili a mutazioni nel gene per la telomerasi.

Lo studio, di fase 1-2, ha esaminato gli effetti della somministrazione di 800 mg al giorno di danazolo, un ormone sintetico strutturalmente simile al testosterone, su una coorte di 27 pazienti tenuta sotto stretto controllo medico. I pazienti sono stati sottoposti ad esami emocrocitometrici e della funzionalità epatica a 6, 12 e 24 mesi. Inoltre, sono stati sottoposti ad una biopsia del midollo osseo prima e dopo l'arruolamento e ad esami ecografici, radiologici e della funzionalità polmonare all'inizio e alla fine del trattamento. Oltre all'eventuale tossicità del farmaco e alla risposta sul piano ematologico, i ricercatori hanno indagato la possibilità che il trattamento a base di danazolo potesse ridurre almeno del 20% la perdita telomerica.

Sorprendentemente, dei primi 12 pazienti valutati a 2 anni dall'inizio dello studio, 11 hanno rilevato una consistente e significativa riduzione dell'accorciamento dei telomeri. Il risultato è stato osservato a tutti gli stadi di valutazione (nel 76% dei pazienti a 6 mesi, nell'89% dei pazienti a 12 mesi e nel 92% dei pazienti a 24 mesi) e, inoltre, è stato confermato dalle analisi di PCR quantitativa e FISH. In aggiunta a ciò l'allungamento più significativo è stato registrato dai pazienti con la mutazione a carico del gene TERT implicato nella formazione della telomerasi. Anche i valori ematologici hanno subito un netto miglioramento, specie per quel che riguarda i livelli di emoglobina e il conteggio dei globuli bianchi.

A fronte di effetti avversi di natura trascurabile, moderata o lieve, questo studio prospettico offre una chiara testimonianza della validità della terapia con danazolo, facendo segnare un miglioramento del 30% nell'allungamento dei telomeri in pazienti con disfunzioni legate all'accorciamento dei telomeri. Inoltre, fornisce un'ulteriore elemento di prova a favore della terapia ormonale nel trattamento dell'insufficienza del midollo osseo e, considerando, il ruolo giocato dall'accorciamento dei telomeri nell'instaurarsi di uno stato di instabilità cromosomica e, pertanto, di una condizione favorevole all'insorgenza del cancro, questi risultati possono avere una portata notevolmente più ampia.

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