Sclerosi Multipla e gravidanza: domande e risposte
Autore: Redazione,  12 Apr 2012   

Gli esperti rispondono alle domande più frequenti sulla gravidanza di pazienti affette da SM

In occasione dell’incontroSclerosi Multipla e Donne”, organizzato da Merck Serono il 5 aprile, alcuni dei maggiori esperti nazionali sulla malattia cronica hanno fornito risposte chiare alle principali domande delle donne affette dalla patologia che desiderano affrontare una gravidanza.

E’ possibile per una donna con SM programmare una gravidanza?
“La gravidanza, un tempo, veniva fortemente sconsigliata – afferma il Prof. Antonio Bertolotto, Direttore Neurologia 2 Centro Riferimento Regionale SM Osp. S. L. Gonzaga di Orbassano (TO). Oggi, invece, è possibile programmarla: avere figli è un’opzione reale. La gravidanza, infatti, rappresenta un periodo di protezione per la donna, con una riduzione significativa del rischio di riacutizzazione della SM. La gravidanza, dunque, in pazienti con SM è assimilabile ad una terapia.
Il Centro di riferimento Regionale per la SM dell’Ospedale San Luigi di Orbassano ha individuato una marcatura genetica composta da 7 geni “sregolati” che vengono coinvolti nel processo di “spegnimento” della malattia durante la gestazione. Una maggiore comprensione dei fattori che controllano questi 7 geni potrebbe portare a nuove terapie che ricreino l’effetto protettivo della gravidanza. Un recente studio ha mostrato che il trattamento con interferone beta 1a non comporta nessun rischio per la gravidanza e non ha nessun impatto sulla percentuale di aborti spontanei, di gravidanze pre-termine e di teratogenicità; in una ristretta percentuale di casi, si è rilevata una lieve riduzione del peso del nascituro, senza conseguenze per il normale sviluppo del figlio. I dati scientifici relativi all’assenza di effetti dannosi di farmaci come l’interferone beta 1a sul nascituro sono molto rassicuranti”.

La frequenza delle ricadute può aumentare durante la gravidanza e il puerperio?
“Per quanto riguarda il puerperio, il primo e il secondo trimestre dopo il parto rappresentano il periodo di maggior rischio di ricadute – dichiara la Prof.ssa Maria Pia Amato, Responsabile Centro SM Clinica Neurologica I Ospedale Careggi di Firenze. Tale fattore è legato al tasso di ricadute durante l’anno precedente la gravidanza: le pazienti a maggior rischio di ricadute nel periodo puerperale sono quelle con malattia più attiva, cioè con un più alto tasso di ricadute nell’anno precedente la gravidanza e durante la gravidanza e con maggiore disabilità al momento della gestazione.
Da uno studio sulla sicurezza dei farmaci immunomodulanti come l’interferone beta 1a durante la gravidanza, studio coordinato da un gruppo di ricerca dell’Università di Firenze, e da me guidato, è emerso che nelle pazienti a maggior rischio di ricadute puerperali, la ripresa o l’inizio di una terapia con farmaci che modificano il decorso della malattia entro i primi 3 mesi dal parto sia in grado di proteggere la donna dal rischio di ricadute. Nelle pazienti con decorso di malattia più attivo sembra consigliabile iniziare il trattamento subito dopo il parto per prevenire sia le ricadute puerperali sia la possibile disabilità residua nel breve e medio termine”.

Devo sospendere il trattamento farmacologico durante l’allattamento?
“Le informazioni riguardo il ruolo dell’allattamento sono contrastanti – Continua la Prof.ssa Amato. Secondo alcuni autori, l’allattamento potrebbe svolgere un’attività protettiva rispetto alle ricadute puerperali, grazie all’amenorrea indotta dall’ormone prolattina. I risultati degli studi più ampi suggeriscono che verosimilmente il ruolo dell’allattamento è neutrale. Dallo studio da me condotto è emerso che in realtà è la scelta di allattare ad essere influenzata dall’attività di malattia e non il contrario, per cui le pazienti con evoluzione di malattia più benigna decidono di allattare più spesso rispetto a quelle con decorso più attivo. Le decisioni relative all’allattamento e alla ripresa della terapia devono dunque essere discusse con la paziente, tenendo in considerazione il profilo di rischio individuale.

I farmaci utilizzati nel trattamento della SM che impatto hanno sulla gravidanza?
I farmaci utilizzati nel trattamento della SM possono essere suddivisi in due categorie principali: farmaci di prima linea e farmaci di seconda linea – spiega il Prof. Carlo Pozzilli, Responsabile Centro SM Ospedale S. Andrea  di Roma.
I primi si caratterizzano per un miglior profilo di sicurezza anche per quanto concerne il loro impatto sulla gravidanza; varie pubblicazioni hanno riportato che l’esposizione ad interferone beta-1a durante le prime settimane di gravidanza non è associata ad un aumento degli aborti spontanei o ad altri rischi maggiori per il feto. Anche il Glatiramer Acetato viene considerato un farmaco che non pregiudica il buon andamento della gravidanza.
I farmaci di seconda linea (natalizumab, fingolimod, mitoxantrone) non solo sono da evitare in
gravidanza, ma il loro uso può comportare rischi di aborto spontaneo e malformazioni neonatali.
L’uso di farmaci immunosoppressivi è poi associato ad aumentata incidenza di infertilità.

La Sclerosi Multipla può essere un ostacolo all’attività sessuale?
“La funzione sessuale è un complesso processo neuro vascolare, muscolare ed endocrino con un significativo coinvolgimento emozionale, affettivo e cognitivo – spiega la Dott.ssa Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica Ospedale S. Raffaele Resnati di Milano. Il sistema nervoso centrale e periferico è molto coinvolto in tutte le funzioni della risposta sessuale. Questo spiega l’alta vulnerabilità delle funzioni sessuali nella SM, che quindi rappresenta un forte fattore di disturbo biologico e psicosessuale.
La SM può avere ripercussioni critiche sulla vita sessuale dei pazienti, tanto maggiori quanto più bassa è l’età di insorgenza e rapida l’aggressività del decorso.
Secondo diversi studi, tra il 61 e il 73% delle donne con SM soffrono anche di una disfunzione sessuale (Zorzon et al, 1999; Grunenwald e Coll, 2007), il 60% riferisce una diminuzione della libido legata soprattutto alla depressione concomitante e il 40% rivela una difficoltà a raggiungere l’orgasmo dovuto al danno neurologico (Grunenwald e Coll, 2007).
La SM può dunque colpire la sessualità femminile con diverse modalità: può ledere l’identità sessuale, compromettere la funzione sessuale, inibire la formazione della coppia o ferire la coppia stabile per i drastici cambiamenti di ruolo, di reddito, di possibilità ludiche e di svago che la SM comporta."

 

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