Teleangectasia emorragica ereditaria: il bevacizumab è efficace?
Autore: Cinzia Pozzi,  26 Giu 2012   

Risultati contrastanti di studi sull'efficacia di questo anticorpo monoclonale per il fattore di crescita vascolare endoteliale

Non esiste, ad oggi, una cura definitiva per la teleangectasia emorragica ereditaria (HHT), una malattia che comporta un assottigliamento della parte dei vasi sanguigni causando sanguinamento localizzato in qualsiasi organo o tessuto, ma solo trattamenti per trattare le lesioni. La fotocoagulazione laser e l'embolizzazione arteriosa, un intervento chirurgico indicato per le lesioni degli organi interni (fistole), sono gli approcci d'intervento finora disponibili per contenere le emorragie in caso di rottura dei vasi sanguigni. Tra le potenziali nuove terapie, il bevacizumab, un anticorpo monoclonale generalmente prescritto in associazione con i chemioterapici per trattare tumori metastatici, rappresenta un opzione terapeutica per migliorare il quadro clinico associato alla malattia rara.

Agendo sul fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF), l'anticorpo potrebbe limitare i danni alle pareti sanguigne e prevenire così eventuali rotture ed emorragie. La molecola terapeutica è stata finora utilizzata in sperimentazioni cliniche off-label e i risultati ottenuti non hanno ancora confermato una sua indicazione a trattamento efficace e privo di rischio per i pazienti con teleangectasia.

Il bevacizumab (Roche), in alcuni pazienti, sembra essere efficace nel ridurre gli episodi emorragici durante il periodo di somministrazione per via endovenosa. Gli effetti sui vasi sanguigni hanno dimostrato di essere a breve termine, come sottolinea uno studio pubblicato su The New England Journal of Medicine nel 2011 in cui è stato riscontrato che la sospensione della somministrazione comporta un ripristino del quadro clinico della HHT mentre successivi cicli con l'anticorpo monoclonale hanno evidenziato una diminuzione dell'anemia e dei sanguinamenti nel paziente trattato. Seppure si sia dimostrato efficace in alcuni pazienti, il bevacizumab comporta una serie di effetti collaterali riportati in una revisione sull'European Journal of Pharmacology tra cui rientrano perforazioni gastrointestinali, eventi tromboembolici, embolia polmonare, ipertensione, emorragie gastrointestinali e cerebrali, che potrebbero peggiorare il quadro clinico di HHT. Il trattamento, come di legge da una lettera pubblicata sempre sull'European Journal of Pharmacology in cui vengono descritti due casi clinici, si è rivelato in alcuni casi anche inefficace nel ridurre il rischio la formazione di lesioni emorragiche.

La teleangectasia emorragica ereditaria è una malattia autosomica dominante innescata da differenti mutazioni in uno dei due geni finora individuati sul cromosoma 9 e 12, e caratterizzata da un anomalo sviluppo dei vasi sanguigni. L'efficacia non confermata del bevacizumab, secondo i ricercatori di quest'ultimo studio, potrebbe essere legata a una differente espressione di VEGF, cioè il 'bersaglio' del farmaco, in alcuni pazienti in relazione a diverse varianti genetiche della malattia e potrebbe spiegare la resistenza al trattamento con questa molecola osservata nelle sperimentazioni.

 

 

Teleangectasia emorragica ereditaria: il bevacizumab è efficace?

Risultati contrastanti di studi sull'efficacia di questo anticorpo monoclonale per il fattore di crescita vascolare endoteliale.

 

Non esiste, ad oggi, una cura definitiva per la teleangectasia emorragica ereditaria (HHT), una malattia che comporta un assottigliamento della parte dei vasi sanguigni causando sanguinamento localizzato in qualsiasi organo o tessuto, ma solo trattamenti per trattare le lesioni. La fotocoagulazione laser e l'embolizzazione arteriosa, un intervento chirurgico indicato per le lesioni degli organi interni (fistole), sono gli approcci d'intervento finora disponibili per contenere le emorragie in caso di rottura dei vasi sanguigni. Tra le potenziali nuove terapie, il bevacizumab, un anticorpo monoclonale generalmente prescritto in associazione con i chemioterapici per trattare tumori metastatici, rappresenta un opzione terapeutica per migliorare il quadro clinico associato alla malattia rara. Agendo sul fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF), l'anticorpo potrebbe limitare i danni alle pareti sanguigne e prevenire così eventuali rotture ed emorragie. La molecola terapeutica è stata finora utilizzata in sperimentazioni cliniche off-label e i risultati ottenuti non hanno ancora confermato una sua indicazione a trattamento efficace e privo di rischio per i pazienti con teleangectasia.

 

Il bevacizumab (Roche), in alcuni pazienti, sembra essere efficace nel ridurre gli episodi emorragici durante il periodo di somministrazione per via endovenosa. Gli effetti sui vasi sanguigni hanno dimostrato di essere a breve termine, come sottolinea uno studio pubblicato su The New England Journal of Medicine nel 2011 (http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc1012774#t=article) in cui è stato riscontrato che la sospensione della somministrazione comporta un ripristino del quadro clinico della HHT mentre successivi cicli con l'anticorpo monoclonale hanno evidenziato una diminuzione dell'anemia e dei sanguinamenti nel paziente trattato. Seppure si sia dimostrato efficace in alcuni pazienti, il bevacizumab comporta una serie di effetti collaterali riportati in una revisione sull'European Journal of Pharmacology (http://www.springerlink.com/content/r174855157338k22/) tra cui rientrano perforazioni gastrointestinali, eventi tromboembolici, embolia polmonare, ipertensione, emorragie gastrointestinali e cerebrali, che potrebbero peggiorare il quadro clinico di HHT. Il trattamento, come di legge da una lettera pubblicata sempre sull'European Journal of Pharmacology in cui vengono descritti due casi clinici (http://www.springerlink.com/content/270724786597225m/), si è rivelato in alcuni casi anche inefficace nel ridurre il rischio la formazione di lesioni emorragiche.
La teleangectasia emorragica ereditaria è una malattia autosomica dominante innescata da differenti mutazioni in uno dei due geni finora individuati sul cromosoma 9 e 12, e caratterizzata da un anomalo sviluppo dei vasi sanguigni. L'efficacia non confermata del bevacizumab, secondo i ricercatori di quest'ultimo studio, potrebbe essere legata a una differente espressione di VEGF, cioè il 'bersaglio' del farmaco, in alcuni pazienti in relazione a diverse varianti genetiche della malattia e potrebbe spiegare la resistenza al trattamento con questa molecola osservata nelle sperimentazioni.

 

 

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